Primarie: domani tocca alla Florida

By Redazione

gennaio 29, 2012 politica

Domani tocca alla Florida. E stavolta si fa sul serio. La durissima sfida per le primarie del partito repubblicano arriva a uno snodo cruciale, proprio in quel Sunshine State che negli ultimi anni ha sempre rappresentato un solido indicatore elettorale per le fortune del GOP. Nel 2000, regalando un’inaspettata vittoria ad un George W. Bush che partiva sfavorito nei confronti del vicepresidente Al Gore. Nel 2004, certificando quella superiorità nazionale nei confronti dei democratici che molti analisti (soprattutto al di qua dell’Oceano) fingevano di ignorare. Nel 2008, prima preferendo John McCain a Mitt Romney alle primarie e poi scegliendo Barack Obama per la Casa Bianca.

Adesso, a godere dei favori del pronostico è quel Romney che quattro anni fa, proprio in Florida, vide praticamente spegnersi ogni speranza di vittoria. E che nel 2008 rappresentava l’opzione “conservatrice” del partito, mentre oggi ne incarna l’anima cosiddetta “moderata”. A cambiare, però, non è stato l’ex governatore del Massachussetts, che oggi come allora gode del sostegno incondizionato di larghi settori dell’establishment repubblicano, quanto il baricentro ideologico del GOP, rinvigorito ma anche scosso dalla rivoluzione dei Tea Party. Lo stesso movimento grassroot che tanto ha contribuito alla vittoria del partito alle elezioni di mid-term del 2010 (le più nette del dopoguerra), per poi essere allegramente “scaricato” dai suoi vertici, convinti che la strategia migliore per mantenere il vantaggio alla Camera, riconquistare il Senato e provare a tornare alla Casa Bianca, sia quella di puntare al voto degli “indipendenti” e dei democratici delusi da Obama.

In questa ottica, a torto o a ragione, l’establishment del partito ha identificato in Romney la propria carta vincente. O almeno, la carta capace di provocare meno danni. Il cuore di questo establishment – che vive, a differenza della gran parte dell’elettorato repubblicano, nei grattacieli di Manhattan e nei palazzi di Washington D.C. – è composto dai commentatori e dai giornalisti di National Review e Weekly Standard, dagli analisti e spin doctor che lavorano da anni con e per il partito, dagli opinionisti delle tv via cavo e di qualche talk show radiofonico (non tutti), dagli influenti membri del Republican National Committee e, con pochissime eccezioni, dai congressmen eletti alla Camera e al Senato. Tutti costoro caldeggiano senza esitazioni la candidatura di Mitt Romney e avversano con forza quella di Newt Gingrich.

Ma se gli appartenenti a questo establishment credono poco nella possibilità di trasformare Barack Obama da “messia” in  Jimmy Carter, mentre sono molto attenti alle chance del GOP al Congresso (alla possibilità, in ultima analisi, di conservare le comode poltrone su cui siedono), c’è tutta un’altra metà del cielo repubblicano – quella della base conservatrice e dei Tea Party – che non si eccita affatto alla prospettiva di dover votare per un “moderato del Massachussetts”, che non ha poltrone da conservare, fundraiser da ringraziare o lobbisti da blandire, ma crede nella possibilità concreta di poter battere Obama, magari opponendogli qualcuno con il coraggio e la statura intellettuale per attaccarlo frontalmente. Ed è disposto a rischiare, per provare a vincere tutta la posta. Il candidato “sopravvissuto” di questo fronte anti-Romney risponde al nome di Newt Gingrich: ex speaker repubblicano della Camera, alfiere del “Contract with America” del 1994, storico e pensatore di livello così superiore ai suoi avversari che quasi ci si dimentica di tutti i fardelli che il suo personaggio si porta dietro da tempo immemore. Il “rischio-Goldwater” (base motivata e sconfitta assicurata), naturalmente è concreto. Ma queste sono minuzie che interessano più i professionisti di Washington che gli attivisti.

A meno di un clamoroso ritorno di fiamma dell’elettorato repubblicano per Rick Santorum, dopo gli early states la corsa per la nomination è ormai diventata una sfida-a-due tra Romney e Gingrich. Non si tratta, badate bene, dell’eterno e ciclico scontro tra “puristi” e “moderati” che prima o poi pervade ogni partito e ogni ideologia. Alle primarie repubblicane è gioco l’anima stessa del GOP, il suo ruolo nel bipartitismo statunitense. In qualche modo, insomma, è in gioco il futuro stesso della democrazia americana.

Una posta altissima, in cui le primarie di oggi in Florida svolgono un ruolo importante. Ma non necessariamente decisivo. In tutti i sondaggi, Romney è visto come il netto favorito. Dopo il brusco recupero di Gingrich successivo alla sua vittoria in South Carolina, l’ex governatore del Massachussetts ha recuperato progressivamente terreno – grazie anche agli investimenti milionari in un mercato pubblicitario molto costoso come quello del Sunshine State – e adesso conduce con una decina di punti percentuali di vantaggio su Gingrich. Ma se l’ex speaker riuscisse a contenere le perdite, magari costringendo Santorum ad abbandonare prima del Super Tuesday di marzo (unificando di fatto il fronte conservatore), allora la corsa – anche in caso di vittoria di Romney – potrebbe essere ancora lunga. E ancora più feroce.

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