L’Ue e i “compiti” dell’Italia

By Redazione

gennaio 29, 2012 politica

Inizia oggi l’ennesimo decisivo Consiglio europeo e il premier Mario Monti si presenta forte di una posizione condivisa da tutto l’arco costituzionale. Il messaggio lanciato all’Ue (a Berlino) e alla nostra opinione pubblica da qualche settimana, sempre con maggiore intensità, sia da Monti in persona, nelle sue interviste come nelle sue recenti audizioni al Senato e alla Camera, sia da tutti i partiti, anche quelli non di maggioranza, formalmente con le mozioni sulla politica europea, è stato univoco: l’Italia ha fatto i suoi “compiti a casa”, adesso tocca all’Unione europea (sottinteso: alla Germania) aiutarci a placare il dio spread.

Tutta la stampa nazionale ha sottolineato favorevolmente l’inedito passaggio parlamentare da clima di unità nazionale tra le forze politiche, almeno per quanto riguarda l’Europa. Litigano su tutto i nostri politici, ma quando si tratta di difendere la spesa pubblica ai livelli attuali, cioè il loro potere di intermediazione nell’economia, perché ciò significa sostenere oggi che l’Italia ha fatto i suoi “compiti”, sanno parlare con una voce sola. E’ senz’altro un segnale di grande compattezza, che rafforzerà il governo Monti nei decisivi negoziati che lo aspettano a Bruxelles su fiscal compact, quindi sulle modalità e i tempi del rientro dal debito, ed ESM, cioè il fondo salva-Stati. Una posizione, quella di cui si farà portavoce il nostro premier, che tra l’altro è sostenuta anche da Barack Obama, come evidenzia il Financial Times.

Quando Monti dice che l’Italia «non chiede denaro alla Germania o ad altri», ma che siano «riconosciuti i progressi nel risanamento», e quindi che la governance dell’Eurozona sappia assumere decisioni in grado di portare ad «una ragionevole diminuzione dei tassi di interesse» sui nostri titoli di Stato, allude a forme di tutela e/o di condivisione del debito, e di fatto sta proprio chiedendo soldi agli altri. Le misure in cui l’Italia spera per ottenere uno sconto sul debito, e che vengono citate esplicitamente anche nelle mozioni parlamentari della settimana scorsa, sono l’aumento di disponibilità del fondo salva-Stati (ESM) da 500 a 750 o 1.000 miliardi (la cui copertura sarebbe costituita essenzialmente da soldi tedeschi) e gli eurobond, cioè una forma di condivisione del debito di cui sarebbe la solidità tedesca, in pratica, ad essere garante. Può darsi che sia inevitabile, che sia l’unica soluzione alla crisi, o che sia giusto così, ma non è molto diverso dal chiedere soldi.

La Germania verserà più soldi nell’ESM solo se gli altri Paesi faranno i “compiti a casa” (e noi siamo appena all’inizio); l’America darà più soldi al Fmi solo se l’Europa farà la sua parte. Insomma, nel suo anno elettorale Obama non può permettersi una crisi dell’euro e punta su Monti per allargare i cordoni della borsa della Merkel, la quale a sua volta prossima alle elezioni deve far vedere ai tedeschi che non stanno pagando per i debiti altrui. Monti, che il problema elettorale non ce l’ha, ha due strade: o gattopardescamente cambiare tutto perché nulla cambi, sperando che sia il contesto esterno a cambiare in modo favorevole (soluzione del problema greco e do ut des con Berlino); oppure riformare sul serio il Paese, ma per fare ciò dovrebbe intervenire sugli stock di debito e di spesa pubblica senza temporeggiare.

E’ ovvio che il messaggio “abbiamo fatto i nostri compiti a casa” sembra più funzionale alla prima strategia. Non si può negare che possa servire a strappare condizioni non troppo punitive per il nostro Paese, ma sarebbe un successo dalle gambe troppo corte. Ed è un messaggio pericoloso e inquietante sul fronte interno. Pericoloso perché convincersi, da parte delle forze politiche, e convincere l’opinione pubblica, che i nostri “compiti” si siano esauriti con la manovra quasi tutta tasse di dicembre e le timide liberalizzazioni della settimana scorsa può indebolire in modo decisivo la determinazione della politica ad implementare le riforme strutturali necessarie ad avvicinare la nostra competitività a quella tedesca e la propensione dei cittadini ad accettarle. Ce lo ha ricordato senza sconti la cancelliera tedesca Angela Merkel nell’intervista concessa a sei quotidiani europei (tra cui La Stampa) venerdì scorso. Mentre da noi è appena iniziata, con il piede sbagliato, la trattativa tra governo e parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro, la Merkel avverte: la riforma s’ha da fare, se vogliamo in cambio che l’Ue ci aiuti a far calare il costo del nostro debito. E d’altra parte, ricorda con una punta di malizia, «altri Paesi, la Germania o l’Europa dell’Est, ad esempio, hanno già alle loro spalle difficili riforme del mercato del lavoro». Per promuovere la crescita, osserva inoltre Merkel nell’intervista, ci sono modi diversi dai costosi pacchetti di spesa, che «non costano praticamente denaro»: più flessibilità nella legislazione sul lavoro; eliminare le «barriere» nelle professioni e nei servizi; «più privatizzazioni». Ecco servito chi rimprovera Berlino di pensare solo all’austerity.

La realtà è ben diversa: l’Italia s’è appena seduta al suo banco e ha appena aperto il quaderno. Il governo Monti ha fatto molto, molto più di quanto non siano riusciti a fare i governi di centrodestra e di centrosinistra. Ha reintrodotto la tassa sulla prima casa, abolito le pensioni d’anzianità, in questo accontentando i tedeschi che hanno sempre malvisto – con qualche ragione – i privilegi degli italiani in questi due ambiti, e infine assunto la decisione dello scorporo tra Snam rete gas ed Eni (le altre misure sono di contorno e alcune nemmeno possono essere definite liberalizzazioni). Tuttavia, nell’emergenza, appena insediato, ha preferito inseguire il pareggio di bilancio a suon di tasse anziché di tagli alla spesa e la strategia complessiva sembra quella di ridurre il debito molto gradualmente, attraverso avanzi primari – che senza crescita potrebbero essere mantenuti solo con nuove tasse sempre più recessive – piuttosto che aggredendone lo stock; dunque di farsi riconoscere gli sforzi compiuti per ammorbidire il rigore tedesco, agire sul contesto esterno, quello europeo, più che su quello interno. Ma senza un piano di abbattimento di spesa pubblica e pressione fiscale di 10 punti di Pil in dieci anni, come ha fatto la Germania, non se ne esce.

Berlino ribadisce che discuterà di eurobond «solo quando l’Europa avrà raggiunto un’integrazione molto più profonda, non però come strumento per superare la crisi», perché significherebbe promettere più soldi senza combatterne le vere cause. Ammesso che i tedeschi prima o poi cedano, e ammorbidiscano la loro linea, e i mercati approvino, il rischio è di ritrovarci nel medio-lungo periodo con un euro più simile alla lira che al marco.

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