Creditori di Stato

By Redazione

gennaio 29, 2012 politica

“Salve, sono un piccolo imprenditore italiano che ha lavorato per lo stato, e sono mesi che non vedo un centesimo per il mio lavoro”. Sembrerebbe la frase di presentazione di chi partecipa a qualche gruppo di sostegno, a qualche associazione di auto-mutuo aiuto, una di quelle realtà nelle quali chi ha una grossa problematica da affrontare trova sfogo e sollievo nel condividere i propri drammi quotidiani con persone che se la passano male tanto quanto lui.

Invece no, è la dura realtà che devono affrontare migliaia di pmi, in attesa di ricevere dallo Stato e dalla Pubblica Amministrazione il compenso per il lavoro svolto per loro conto. Si stima che il debito dello stato nei loro confronti ammonti a 90 miliardi di euro. I più ottimisti parlano di 70 miliardi. Una cifra enorme, grassa, ridondante, e talmente pesante che rischia di schiacciare sotto il suo peso tutti questi piccoli e medi imprenditori e le loro attività. Notapolitica ha parlato con uno di loro, uno di questi piccoli imprenditori che le statistiche definiscono “la spina dorsale dell’economia italiana”, ma che per lo Stato sono semplici fatture la cui liquidazione è rimandabile “ad libitum”. In forma anonima, ci ha raccontato la sua vicenda.

Ci spiega qual è il meccanismo quando si stipula un contratto con la PA?
Esiste una direttiva europea che prevede l’obbligo del pagamento entro 60 giorni, altrimenti la pubblica amministrazione è obbligata a versare interessi e more per il ritardato pagamento. Tuttavia il pagamento è previsto al netto degli adempimenti a carico del fornitore. Facendo riferimento al mio settore specifico, quello dei servizi, si aprono due diversi percorsi da portare a termine prima di essere considerati “pagabili”: uno è tecnico, e prevede un collaudo del lavoro consegnato che spesso presenta delle oggettive difficoltà dovute alla carenza di professionalità specifiche all’interno della PA in grado di sostenere un vero collaudo. Spesso si risolve in una serie interminabile di relazioni e documentazione adatta alle esigenze specifiche della commessa. L’altra è burocratica, e prevede il controllo dello stato di salute dell’azienda nei confronti dell’Agenzia delle entrate e degli enti di previdenza in generale. Quindi si deve essere in grado di produrre certificati di regolarità fiscale, DURC (documento unico di regolarità contributiva)  che testimoniano la regolarità con INPS e INAIL. E qui si apre uno scenario catastrofico.

Come mai?
Gli enti preposti sono solo parzialmente digitalizzati e hanno oggettive difficoltà a rispondere prontamente alle richieste provenienti dalle aziende. Inoltre, ironia delle ironie, insieme all’introduzione dell’obbligo dei pagamenti entro 60 giorni dalla PA è stato contestualmente variato il periodo di validità dei DURC, riducendolo a 30 giorni. Mi è capitato personalmente di dover richiedere un nuovo DURC per un pagamento in quanto a causa di ritardi con altra documentazione nel frattempo quello richiesto precedentemente era ormai scaduto. Il sistema diventa poi persecutorio nei confronti delle piccolissime aziende, che affrontano situazioni più atipiche.

Cosa significa?
Faccio un altro esempio di vita vissuta. Se un’azienda è molto piccola e non ha dipendenti a tempo determinato o inderterminato, ma solamente consulenti o collaboratori a progetto, deve fare riferimento alla gestione separata INPS che non prevede alcun tipo di interazione digitale. Funziona fisicamente tutto a mano. Vai all’ufficio, porti fisicamente i pagamenti che spesso non sono ancora pervenuti sul sistema dell’ufficio e richiedi il DURC cartaceo. Ovviamente dovendo chiedere una serie di documenti collegati uno all’altro basta un piccolo intoppo per creare dei ritardi anche di mesi.

È fiducioso sul fatto che il sistema possa migliorare?
Diciamo che in questi ultimi anni ad ogni annuncio “accorceremo i pagamenti della PA”, “Semplificheremo gli adempimenti” sono sempre seguiti cambiamenti prettamente tecnici che sono difficili da spiegare ai più ma che alla fine riescono a mantenere tutto in una forma di coma perpetuo.

Per quanto tempo le é capitato di dover attendere prima di ricevere i soldi dopo un lavoro svolto?
Uno dei casi peggiori che mi siano mai capitati l’ho vissuto con un ente legato ad un ministero, che sostenendo di non essere stato pagato dal ministero di riferimento è riuscito a liquidare un lavoro collaudato a ottobre 2008 soltanto a giugno del 2011. Oltretutto, un lavoro collaudato nell’ottobre del 2008 è frutto a sua volta di un lavoro che ha tenuto impegnata la struttura per i 12 mesi precedenti. Ma c’è dell’altro.

Che altro?
L’altro grosso punto interrogativo è sui SAL (stato avanzamento lavori). Essendo delle operazioni di rendicontazioni difficoltose anche per la pubblica amministrazione, si tende, per i contratti più piccoli, ad evitare i pagamenti intermedi e a raccogliere tutto in un unico pagamento a chiusura del lavoro, caricando ulteriormente di costi le aziende fornitrici.

È vero che nonostante le fatture non vengano liquidate, su queste gravano comunque Iva e altre imposte?
No, almeno per quanto riguarda i crediti verso la PA si può chiedere la sospensione dell’Iva. È stata introdotta anche una norma molto intelligente che prevede la gestione dell’IVA per cassa, ovvero “la pago quando la incasso”, ma tale norma è stata limitata alle aziende con un fatturato molto basso. Purtroppo anche in questo caso paghiamo per chi in questi anni le tasse e l’iva in particolare le ha trattate, diciamo così, in maniera “molto allegra”.

Lo Stato o la PA sono comunque tenuti in qualche modo a riconoscerle interessi di mora o detrazioni fiscali sui ritardi.
Teoricamente sì. Ma personalmente non è un percorso che ho mai seguito. Già non riesco a farmi pagare il dovuto, figurarsi more o interessi…

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