Vita: “Ottimista sul futuro dei giornali”

By Redazione

gennaio 27, 2012 politica

“Sono ottimista, le riforme non si fanno nei cimiteri e anche quella del fondo dell’editoria non potrà fare eccezione. In aula al Senato ripresenteremo il nostro emendamento per integrare per almeno 80 milioni di euro la dotazione per il 2011”. È un impegno preciso quello di Vincenzo Vita, senatore del Partito Democratico, da sempre tra i più attenti alle questioni concernenti le telecomunicazioni e l’editoria. “Per il futuro vogliamo regole precise – continua – ma anche l’istituzionalizzazione di questa erogazione di cui non ci si deve affatto vergognare: anche Sarkozy in Francia proprio quest’anno ha deciso di stanziare 200 milioni di euro per salvaguardare i giornali in crisi e quelli delle minoranze politiche”

Non teme di incorrere negli strali dell’antipolitica?
No, io penso che i giornali che percepiscono questi fondi e ne abbiano diritto non abbiano nessun motivo di vergognarsi né i politici debbano trovarsi in imbarazzo a difendere il pluralismo dell’informazione. Altra cosa sono le truffe passate, presenti e future, ma non si può mica buttare il bambino con l’acqua sporca.

Qualche giorno fa il Corriere della sera, recensendo un libro di Elio Veltri, ha proposto un approccio scandalistico a questi finanziamenti.
Il problema è la mancanza di regole certe. Ogni anno ci sono tagli, appelli, elemosine. Così non si può andare avanti. Chi ha diritto percepisca in base a regole certe, ad esempio i lavoratori occupati, la proporzione tra copie stampate e diffuse, con le opportune differenziazioni e altri ancora. Gli altri vengano esclusi. Ma chi ha diritto deve avere certezze, se lei andasse in banca a chiedere un mutuo e ogni sei mesi lo stipendio cambiasse il mutuo le verrebbe tolto.

Vogliamo fare un po’ di storia sulla nascita di questo contributo?
La legge 7 agosto del 1990 entrò in vigore un giorno dopo la legge Mammì. Quella legge come è noto fotografava l’esistente ma soprattutto creò il caso politico di Berlusconi e l’inizio di un duopolio con la Rai che di fatto fagocitò tutta la pubblicità nelle maggiori reti televisive generaliste, le sei in questione. Alle altre tv locali rimasero briciole grandi, ai grandi quotidiani altre briciole e ai giornali di partito, opinione e dibattito quasi niente. Ergo quei contributi dovevano salvare il pluralismo.

Cosa non ha funzionato?
Negli anni, senza regole precise molte altre pubblicazioni, e molti imprenditori, alcuni dei quali, si sarebbe poi scoperto, un po’ truffaldini, si sono attaccati a quel carrozzone. Ed ecco come si è arrivati all’attuale situazione caotica. Ora bisogna mettere un punto fermo. Tenendo presente però che il pluralismo è un valore costituzionale e l’articolo 21 della Costituzione va difeso sempre e non a intermittenza.

Un blogger del “Fatto quotidiano”, Vincenzo Iurrillo, ha preso una posizione contro corrente, difendendo questi finanziamenti e argomentando che in realtà in Italia un libero mercato dei giornali e dell’informazione non esiste.
La richiesta di varare i criteri di erogazione ancorandoli alle due categorie rigorose del numero degli occupati contrattualizzati e il rapporto percentuale tra tiratura, diffusione e vendita mi sembra la soluzione giusta. Ho letto anche io quell’articolo di Iurrillo dello scorso 17 dicembre e convengo con il paragone con il calcio scommesse: non è che si può abolire il campionato di calcio, magari si puniscono le squadre e i giocatori.

Cosa potrebbe cambiare ancora in una vera riforma del settore?
Si dovrebbe aggredire anche il tabù della raccolta pubblicitaria. In un clima di liberalizzazioni e di guerra alle lobbies che immobilizzano il paese, io penso che il governo Monti potrebbe benissimo non guardare più in faccia nemmeno a quella pubblicitaria. Quindi bisognerebbe fare un vero e proprio anti-trust sulla pubblicità, con una norma di riequilibrio che possa dare risorse in  più alla carta stampata. Altrimenti come potremo uscire più da questa sorta di incubo per cui ogni sei mesi nostre delegazioni miste composte da politici come il sottoscritto, Giulietti, Gentiloni e pochi altri ancora, insieme a alcuni direttori dei giornali interessati, sono obbligati recarsi in pellegrinaggio elemosinante a palazzo Chigi per chiedere “Per cortesia non sopprimete il fondo per l’editoria”? Perché non rompiamo questo meccanismo infernale che poi porta inevitabilmente i giornali finanziati a venire condizionati dall’esecutivo”

Per non parlare dei rapporti con le banche?
Ma certo questo fondo deve diventare stabile, molto più rigoroso, con criteri di assegnazione certi e trasparenti, se un singolo chiedesse un mutuo e ogni sei mesi il suo stipendio venisse tagliato la banca a un certo punto chiederebbe il rientro immediato e anche questo è un problema.  E dico di più:  una volta portati questi aggiustamenti per cortesia non si parli più in maniera così demagogica di “soppressione del fondo per l’editoria”. Mi sembra un po’ la stessa cosa che è successa con il Fondo unico per lo spettacolo: a causa di alcuni scandali qualche  ministro ha pensato bene di  farsi bello e di tagliare in maniera selvaggia il Fus, magari anche  per dare un segnale, una strizzata d’occhio, alle piazze dell’antipolitica.

Salvo poi vedersi sfilare sotto Palazzo Chigi gli artisti veri, i registi, i “cento autori” e quanti altri, che avevano subito la stessa sorte degli imbroglioni.
Eh sì, è andata un po’ così. Dopo ci si è accorti che il cinema aveva bisogno di quei fondi e che occorrevano solo regole certe e trasparenza non passare da un estremo all’altro come spesso accade in questo paese.

Torniamo, dalla filosofia e dalla storia, alla cronaca di questi giorni. I soldi per il 2011, quegli 80 o 100 milioni di euro che mancano a garantire la stessa erogazione che per il 2010, dove si pensa di prenderli?
Nell’emendamento che ripresenteremo in aula al Senato, allorchè il “milleproroghe” riprenderà il proprio corso, abbiamo individuato una serie di rivoli di spesa che possono essere razionalizzati e da cui si fa presto a fare spuntare cento milioni di euro per la tutela del pluralismo editoriale e dell’occupazione. Se non fosse possibile abbiamo già chiesto al sottosegretario Paolo Peluffo, che è la persona giusta al posto giusto in questo momento, di attivarsi per un decreto della presidenza del consiglio dei ministri affinché sia sbloccato l’ex fondo Letta, adesso Monti, che contiene anche una voce per il sostegno all’editoria grazie a un emendamento bipartisan che passò nell’ultima finanziaria di Tremonti nello scorso agosto. Inoltre c’è la vexata quaestio dell’Iva dei giocattoli e delle cianfrusaglie di ogni tipo, gadget et similaria, venduti in edicola: perché deve essere agevolata come quella dei prodotti editoriali?

Anche quei cento milioni di multe condonate per l’ennesima volta a tutti i partiti politici per lo scandalo delle affissioni illegali in campagna elettorale è uno spreco che grida vendetta.
Sono perfettamente d’accordo anche a costo di litigare con gli amministratori del mio stesso partito. Se penso che con quei soldi ci si potrebbe finanziare abbondantemente questo benedetto fondo per l’editoria non posso fare finta di niente e voltare gli occhi dall’altra parte.

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