L’Anp cerca amici ad Amman

By Redazione

gennaio 26, 2012 Esteri

Il Presidente palestinese Mahmoud Abbas pone una nuova condizione per riavviare il dialogo con Israele. Dopo la serie di incontri esplorativi tenutisi ad Amman fortemente voluti dal monarca giordano Abdullah II, il leader del movimento moderato palestinese ha fatto sapere che nulla è ancora del tutto compromesso nel processo di pace tra l’ANP e lo stato ebraico per quanto le parti debbano accordarsi sui confini prima di potersi sedere seriamente attorno ad un tavolo.

Secondo i palestinesi, infatti, sarebbe assolutamente insensato confrontarsi con Israele senza avere un punto di partenza su cui discutere, soprattutto relativamente ai futuri confini dello stato palestinese che, secondo Abbas e compagni, dovrebbero essere rappresentati dalla linea di confine esistente prima della Guerra dei Sei Giorni del 1967.

Nulla di nuovo, in realtà, considerando che in più occasioni i palestinesi hanno sottolineato quali siano le basi su cui costruire un accordo di pace definitivo e duraturo tra le parti. I palestinesi hanno infatti più volte sottolineato di non essere disponibili a trattare con Israele finché Gerusalemme non avrà posto fine alla politica degli insediamenti in Cisgiordania e finché non siano identificati i confini su cui negoziare. Si tratta comunque di un’apertura, da parte dell’ANP, dopo mesi in cui Abbas si era concentrato prevalentemente a raccogliere il supporto necessario per ottenere il riconoscimento internazionale dello stato palestinese.

Certamente il fatto che in seno all’ONU l’istanza palestinese sia di fatto bloccata, soprattutto per il veto minacciato a più riprese dagli USA, ha condizionato questo nuovo approccio da parte dei palestinesi. Ma si tratta comunque di una possibile svolta. Ora resta da capire quale sarà la risposta di Gerusalemme, dove il Governo di Netanyahu è sempre più ostaggio delle frange estreme della destra nazionalista che non è intenzionata a scendere ad alcun compromesso con gli arabi.

Negli ultimi mesi, comunque, Israele ha subito duri colpi a livello internazionale e anche paesi storicamente “filo-israeliani” hanno rivisto le proprie posizioni appoggiando apertamente le istanze palestinesi mettendo all’angolo lo stato ebraico. Inoltre la comunità internazionale pare intenzionata a conservare i delicati equilibri della regione già messi a dura prova dall’ondata rivoluzionaria della Primavera Araba.

Abbas ha inoltre sottolineato l’importante ruolo giocato in questa nuova fase esplorativa da re Abdullah II che secondo il Presidente dell’ANP “ha ravvivato la speranza” per un possibile accordo con lo stato ebraico, aggiungendo che grazie all’iniziativa del monarca hascemita Israele “non avrà scuse” per non negoziare.

La Giordania, la cui popolazione è composta per il 40% circa da arabi-palestinesi (a cui vanno aggiunti gli oltre 300.000 profughi dislocati nei 10 campi presenti sul territorio), è storicamente molto legata alle sorti della Palestina. Ma questa è la prima volta che si mette in gioco in prima persona per accelerare il processo di pace. Anche in questo caso esiste comunque una spiegazione logica. Il Regno Hascemita, infatti, sta attraversando una fase estremamente delicata ed è continuamente a rischio di contagio per quanto riguarda le rivolte popolari scoppiate in numerosi paesi arabi e che attualmente interessano la confinante Siria. Un maggior sostegno alla causa palestinese da parte del Governo di Amman può dunque essere considerato un modo per “tenere a bada” il grosso della popolazione che ancora oggi fatica a perdonare alla monarchia gli accordi di pace con Israele del 26 ottobre 1994.

La casa regnante giordana ha da decenni problemi con le frange più estreme della componente palestinese della propria popolazione (noti gli eventi del Settembre Nero, quando movimenti palestinesi attivi sul territorio giordano tentarono di rovesciare la monarchia causando la dura reazione dell’allora monarca Hussein e spingendo il paese sull’orlo della guerra civile) ed il periodo di instabilità regionale spinge probabilmente il giovane Abdullah II ad un maggior impegno per conservare lostatus quoin Giordania.

In questa logica di “salvaguardia” va inserita anche la visita fissata per la prossima settimana tra il monarca giordano e Khaled Mishaal, leader del partito radicale palestinese Hamas. Un vero e proprio evento, considerando che il movimento di resistenza palestinese era stato espulso dal paese nel 1999 e da allora nessun membro è mai stato ricevuto al palazzo reale di Amman. La notizia è stata confermata dal Ministro per gli Affari Mediatici e le Comunicazioni Rakan Majali il quale ha annunciato che la visita di Mishaal “ristabilirà un rapporto rottosi oltre un decennio fa”.

Secondo alcune indiscrezioni l’obbiettivo di Mishaal sarebbe quello di ottenere dal monarca il permesso per aprire una sede permanente di Hamas nel Regno Hascemita, per quanto ciò non vada interpretato come una conferma della volontà del movimento di resistenza palestinese di abbandonare definitivamente il proprio quartier generale a Damasco, quanto piuttosto come la volontà di espandere la propria “rete diplomatica” migliorando i rapporti con la Giordania.

Per il momento, comunque, non giungono conferme a riguardo, tanto che lo stesso Ministro Majali, nell’annunciare l’incontro, ha sottolineato che attualmente l’ipotesi dell’apertura di un ufficio politico di Hamas ad Amman “non è sull’agenda ufficiale dell’incontro”. Ma è tutt’altro che improbabile che se ne discuta, soprattutto considerando la nuova posizione della monarchia giordana nei confronti della “causa palestinese”. 

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