Eurosanzioni a Teheran

By Redazione

gennaio 25, 2012 Esteri

Piovono sanzioni sulla Repubblica Islamica dell’Iran. I ventisette Paesi dell’Unione Europea riuniti lunedì mattina a Bruxelles hanno deciso di procedere con il pugno di ferro contro Teheran, annunciando una serie di misure restrittive al fine di colpire l’economia iraniana, in particolare il settore petrolifero. E se i ministri degli esteri europei si congratulano a vicenda per la decisione presa, lo stesso non si può dire del governo di Teheran. I vertici della Repubblica Islamica si sono subito affrettati a minimizzare gli effetti delle sanzioni occidentali sul greggio. Per ora la decisione dell’Unione Europea pesa relativamente poco sullo stato dei rapporti commerciali con l’Iran. Si tratta per lo più di un’intesa dagli effetti a lungo termine volta a colpire duramente i finanziamenti al programma nucleare iraniano, sempre al centro dello scontro.

Cresce l’ostilità dell’Iran nei confronti delle azioni congiunte e disgiunte di ONU e UE. La partita sulla supremazia del Golfo Persico si fa sempre più agguerrita, e se la comunità internazionale combatte l’arroganza iraniana con raffiche di sanzioni, il governo di Teheran risponde a colpi di battute al vetriolo. Il nervosismo è palpabile su entrambi i fronti. Usa e Ue tentano di calmare le acque, per un verso abbassando i toni e dall’altra infliggendo un duro colpo all’economia nazionale iraniana. Dall’altra Teheran para i colpi lanciando minacce. Dopo giorni di silenzio, ecco ritornare alla ribalta l’ipotetica chiusura dello stretto di Hormuz. Il sottile braccio di mare che divide la Penisola Arabica dall’Iran incarna perfettamente la conditio sine qua non della perenne animosità tra l’Occidente e la Repubblica Islamica. La ragione è piuttosto palese se si consulta una qualsiasi carta geografica. Canale privilegiato per il transito di “oro nero” dai Paesi del Golfo verso le rotte occidentali e globali, dallo Stretto di Hormuz passa il 30% della produzione petrolifera destinata al mercato globale. Mentre il 90% dell’esportazione di energia è destinata al Vecchio Continente, secondo in classifica tra i principali partners commerciali dopo la Cina.

Il mercato iraniano ha subito uno scossone nel 2009. L’annuncio dei vertici della Repubblica Islamica di voler procedere al completamento del programma nucleare ha provocato una reazione immediata tra i partner commerciali esteri. In un documento redatto dall’Unione Europea e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale risulta che le esportazioni di greggio destinato ai Paesi dell’Ue hanno subito un drastico calo (- 45% rispetto al 2008). In questo frangente, proprio l’UE ha colto la palla al balzo incrementando i suoi traffici in Iran e esportando beni necessari allo sviluppo industriale della nazione mediorientale: macchinari (54,6%), manufatti (16,9%) e prodotti chimici (12,1%). Che l’Iran – nonostante la sua posizione strategica sul Golfo – non trovasse ampia simpatia e consensi neanche tra i membri dell’Unione Europea è risaputo. Non stupisce pertanto la decisione congiunta dei ventisette ministri degli esteri d’intervenire in presa diretta, varando dure sanzioni.

Non è la prima volta che l’Iran finisce nel mirino delle sanzioni. Negli ultimi sei anni il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha varato quattro regimi di sanzioni contro il programma nucleare. Il primo pacchetto di misure restrittive risale al dicembre 2006 (risoluzione ONU/UNSCR 1737); esse sanciscono il divieto di vendita o trasferimento di materiale necessario al completamento del programma nucleare, nonché il congelamento di beni di individui e società considerati legati al programma nucleare e in particolare all’attività di arricchimento. La seconda passata di sanzioni arriva nel marzo del 2007 (risoluzione ONU 1747) e mira a colpire il programma balistico, la banca Sepah, congelando i beni di persone fisiche e società riconducibili ai Pasdaran. Impone anche l’embargo sul traffico di armi da e per l’Iran. Nel 2008 il Consiglio di Sicurezza vota per una nuova risoluzione (1803) che prevede un inasprimento dell’embargo commerciale. Rientrano nelle misure restrittive le tecnologie dual use (prodotti che hanno impiego sia civile sia militare); inasprimento dei controlli su merci in entrata e in uscita dal Paese. Dopo due anni di silenzio, ecco che nel 2010 arriva un’altra raffica di sanzioni piuttosto aspre (risoluzione ONU 1929) che mirano a ostacolare l’approvvigionamento di componenti per il programma balistico, nonché  a restringere la libertà finanziaria del regime, andando a colpire, individui, società ed istituti di credito strettamente legati al programma nucleare mediante l’interdizione all’espatrio ed il congelamento dei beni. A catena si sono susseguite le sanzioni varate dall’Unione Europea.

Le tensioni tra l’Iran e la comunità internazionale non si attenuano. Le ombre di un conflitto aleggiano sul Golfo Persico e le misure restrittive varate dai 27 Paesi dell’Unione, seppur legittime, paiono mostrare forti limitazioni a livello di efficacia. Spostiamoci così su un piano diverso di riflessione, partendo da una semplice domanda: quali conseguenze comporteranno le sanzioni, non soltanto sull’economia nazionale iraniana, ma sull’economia europea? Non è certamente semplice prevederne gli effetti; tuttavia, non si esclude che il pacchetto di sanzioni non gioveranno alla salute dell’economia europea. Il primo immediato effetto è l’aumento del costo del petrolio; il prezzo del greggio iraniano, sulla scia delle decisioni approntate in sede UE, è lievitato fino a sfiorare i 110 dollari al barile (fonte MF/DJ). Inoltre, l’embargo petrolifero europeo sta già creando serie difficoltà alle raffinerie dei Paesi europei più dipendenti dal greggio iraniano. E tra questi Paesi figurano l’Italia, la Spagna e la Grecia, che rappresentano quasi l’80% dell’import europeo di petrolio iraniano (circa 450 mila barili al giorno) e il 20% dell’export di Teheran.

Le sanzioni UE rischiano così di trasformarsi in un boomerang. Paradossalmente, a pagare il prezzo più alto in termini di svantaggi non sarà tanto Teheran, quanto i Paesi dell’Eurozona più sensibili e più deboli sul fronte economico. I danni per il governo di Ahmadinejad saranno parziali. L’Iran, a differenza di quanto vogliano far credere gli Usa, non è isolato sullo scacchiere internazionale. Non si esclude, difatti, che la repubblica dei pasdaran possa rivolgere la sua attenzione verso altri mercati, come la Cina o l’India, vendendo il suo greggio a prezzi scontati. In questo quadro non troppo distante dalla realtà dei fatti, le economie emergenti trarrebbero immensi vantaggi e l’Iran non si troverebbe nella condizione di dover aggirare l’embargo impostogli dalla comunità internazionale, ma agirebbe nel pieno della legalità.

A Bruxelles vige l’assoluto riserbo sulla decisione. Le misure contro Teheran entreranno in vigore il 1 luglio. Ci sarà tempo per i principali acquirenti europei del greggio iraniano di cambiare fornitori. Solo ad aprile si saprà quanto le sanzioni avranno inciso sull’economia dell’Eurozona. Intanto, consoliamoci con le parole del Ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, il quale ha escluso con fermezza che l’embargo petrolifero europeo avrà reali conseguenze sull’economia italiana. Ma questa è un’altra storia. 

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