Ecco com’è The iron lady

By Redazione

gennaio 25, 2012 Cultura

Avete mai immaginato “The Queen” senza Helen Mirren? O “Nixon” senza Anthony Hopkins? O “La caduta” senza Bruno Ganz?  Difficile, senza un amore incondizionato per il regista del film e la sua arte. Difficile anche per i più sottili interpreti della grammatica del cinema, quelli che, aldilà degli attori e della recitazione “in questo film conta comunque il contesto”. Non avrebbero gioco facile neppure dopo aver visto “The iron lady”, il ritratto di Margaret Thatcher che la regista Phyllida Lloyd ha cucito addosso a una straordinaria Meryl Streep, non a caso premiata con un Golden Globe. Difficile quindi è non far rientrare di diritto “The iron lady” nel filone ampiamente ricorrente dei film-ritratto di personaggi pubblici, pensati per i mezzi e la forza narrativa del cinema. Questo malgrado la regista, l’inglese Phyllida Lloyd, abbia conosciuto la fama a teatro con il musical “Mamma mia!”, spettacolo che ha portato sul grande schermo la sapienza dei registi inglesi cresciuti alla scuola della Bbc, assieme eredi della tradizione drammaturgica shakespeariana.

“Avrei fatto qualunque cosa per lavorare una seconda volta con Meryl”, ha detto in un’intervista la regista di Bristol, riferendosi proprio al ruolo dell’attrice nel musical campione d’incassi in Regno Unito. “Fare un film su Margaret Thatcher è una provocazione e scegliere Meryl potrebbe essere una seconda provocazione. Che effetto produrranno questi due fattori? Mi sono allontanata dalla riunione, ho fatto tre giravolte, sono rientrata e ho detto: si, sarebbe perfetta”.   

Non ha importanza capire il perché di questa determinazione nella scelta. Dalle sue parole si capisce che il casting non ha richiesto ore di inconcludenti provini, scartando book fotografici come era d’obbligo un tempo. E a fine proiezione si capisce il perché.

Ciò che “The iron lady” rappresenta è quindi una grande performance attoriale, al servizio del racconto della vita di Margaret Thatcher, non solo primo ministro ma vera e propria guida del Regno Unito dal 1979 al 1990. 

Che l’interpretazione di Meryl Streep sia “totale” e magistrale, nei 104 minuti di film che dal 27 gennaio saranno nelle sale, lo si capisce da alcuni dettagli: è il tono fermo e l’accento oxfordiano con cui era solita esternare la lady di ferro. E’ lo sguardo spesso glaciale che si ritrova nel film, e con cui la Thatcher ha fronteggiato per anni il leader laburista Michael Foot o i tanto vituperati wets (“smidollati”) che affollavano il Partito Conservatore. O, se si vuole, la sua mimica facciale, con quel labbro superiore sempre immobile nello scandire le sillabe. Il corpo del leader quasi fosse un manifesto politico e ideologico al centro del film: non a caso, snodo centrale della carriera della donna, raccontata da Margaret Thatcher è il momento in cui voce e look la trasformano da semplice deputato – o ministro – conservatore ad aspirante primo ministro di una grande potenza mondiale. 

“Ho dovuto combattere ogni giorno della mia vita”, risponde la lady di ferro ad Alexander Haig, sottosegretario di Stato Usa intento a smorzare la sua ferma volontà di recuperare l’onore britannico perduto alle Falklands. L’espressione è sufficiente a fare da cifra complessiva della Thatcher raccontata da Meryl Streep: il thatcherismo inteso come stile di leadership, rivoluzionaria e iconica come si ammetterà solo in anni recenti, è quello scelto dalla Lloyd per la sua dama di ferro. E Meryl Streep, con l’icona Thatcher, sembra andarci a nozze.

L’attrice americana, partendo dal dramma quotidiano dell’Alzheimer con cui da diversi anni convive la donna ultra-ottantenne, ripercorre le tappe della carriera di questo leader così anticonformista e vincente di cui forse non si è ancora colta appieno l’eredità, come ha ricordato giorni fa John Blundell, direttore di uno dei centri studi più legati al conservatorismo thatcheriano. Una scelta, quella di mostrarla per oltre trenta minuti intenta in casa a riacciuffare ricordi familiari e non, che non è proprio piaciuta ai suoi cari: secondo i figli la regista non doveva rappresentare al pubblico un ex-primo ministro, con tanto di busto a Downing Street, in preda alla demenza senile. O forse solo la loro madre. In ogni caso il racconto si snoda a partire da uno schema narrativo classico: i flashback in ordine cronologico a partire dalla vecchiaia della protagonista. Attorno alla Streep, ruotano i tanti personaggi che hanno popolato la vita del primo premier britannico donna. Ma se il marito Denis è l’unico comprimario – lunghi e numerosi sono i primi piani dedicati al loro sodalizio e al fidanzamento negli anni ’50 – Margaret Thatcher si imbatte per lo più in tanti antagonisti. Sullo schermo, come nella vita. Prima i colleghi di partito, così imbevuti della tradizione maschilista Tories da accettare con imbarazzo l’ambizione di questa “figlia del droghiere”. Per lo più di provincia. Poi gli avversari politici, altrettanto sprezzanti e ingenui nel sottovalutare la forza dirompente delle ricette economiche thatcheriane. E ancora i terroristi dell’Ira, che Phyllida Lloyd non dimentica nel ricostruire anche con immagini di repertorio il tragico attentato di Brigthon nel 1984, da cui la Thatcher uscì illesa. E da cui non venne minimamente scossa: il giorno dopo la notte dell’attentato i lavori del congresso conservatore proseguirono come da programma, sul tema dei rapporti con l’Ulster. Ma soprattutto avversari e antagonisti della Thatcher furono i laburisti e i leader delle Unions, con cui si sono consumate le battaglie più drammatiche. Nella vita come sul set la protagonista indiscussa è lei, Margaret Hilda Roberts in Thatcher.

Phyllida Lloyd sa che la rivoluzione conservatrice di Margaret Thatcher non nasce nei vertici internazionali o fra i banchi dei Comuni, bensì durante l’adolescenza e il suo apprendistato politico: l’estrazione piccolo borghese e provinciale della giovane Roberts (non ancora Thatcher) è raccontata con attenzione dalla regista, con continui flashback che riportano agli anni ’30 e ’40: anni di sacrifici nella piccola cittadina di Grantham, dove la futura premier fa suoi i valori vittoriani del sacrificio e della dedizione al lavoro, uniti a un grande senso di comunità nazionale.    

Stile di vita che non sempre si addice a una signorina di vent’anni, ma che aiuta a distinguersi dalla massa. Sarà uno dei segreti del suo successo. E poi la militanza conservatrice a Oxford nelle organizzazioni universitarie e l’ingresso in politica nei primi anni cinquanta: in un partito il cui “inner circle” – la sua classe dirigente – usava concordare al Carlton Club o nei castelli della Scozia nomi e cognomi dei candidati Tories. Di come, e quando, Margaret Roberts diventa Margaret Thatcher si è detto: fin dalle prime sequenze il film racconta in modo fedele la presenza costante e determinante del marito, piccolo industriale dell’hinterland londinese, nella vita della donna. E con lui quella dei figli, i due gemelli Mark e Carol. A quest’ultima poi tocca il ruolo forse più reale e attuale, intenta com’è anche nella vita alla cura della madre malata. 

Impossibile sarebbe in poche righe condensare il significato di un’esperienza politica che oscilla a metà fra un modello di leadership, esercitata per quindici anni (undici al governo del Regno Unito e quattro alla guida del Partito Conservatore), e una ricetta economica chiaramente anti-statalista che affonda le sue radici nelle teorie della scuola austriaca di economia. Forse non ce n’è bisogno. Questo aspetto costitutivo, quanto il personaggio, del thatcherismo nel film è presente solo di sfondo all’ascesa personale del primo ministro inglese: alle riforme economiche e sociali sono dedicate soprattutto le tante immagini di repertorio sul Regno Unito degli anni ’80. “The iron lady” è piuttosto una sinfonia ben miscelata di privato e pubblico su uno dei grandi leader del Novecento. Che sarebbe bene, soprattutto oggi, suonasse più spesso nei palazzi del potere nostrano. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *