Crisi, Ue, lavoro: appello a Monti

By Redazione

gennaio 25, 2012 politica

È questo un giorno certamente importante perché al tavolo negoziale siedono non soltanto i Governi ma anche i Parlamenti. Vorrei ricordare per tutti il ruolo che la Germania ha riconosciuto e riconosce al Bundestag rispetto alle decisioni comuni assunte e assumende.

Nei prossimi giorni certamente avrà ancora un ruolo la tecnica, ma dovrà ancor più avere un ruolo la politica. Non sottovaluti il Governo – questo è il mio primo appello – il ruolo che può essere svolto dalla politica anche in zona Cesarini, anche nell’ultimo giorno, nell’ultimo momento del negoziato, come accadde a Maastricht quando importanti decisioni furono assunte sulla base della soggettualità politica espressa dai partecipanti. Tra questi, dai rappresentanti del Governo italiano, come accade, peraltro, in generale nelle conferenze intergovernative. È possibile quindi evitare la sottoscrizione di un assegno in bianco, di un accordo asimmetrico. Vorrei incoraggiare il signor Presidente del Consiglio a procedere nonostante le spiacevoli reazioni tedesche alla sua buona intervista al «Financial Times» quando si disse: «L’Italia si arrangi da sola».

Vorrei sottolineare molto brevemente, e quindi inevitabilmente in modo schematico, sei punti che credo possano essere chiariti nella fase finale del negoziato.

Il primo riguarda il Governo italiano che può arrivare alla fase conclusiva del negoziato sulla base di una ancor maggiore credibilità se assumerà per decreto il provvedimento promesso in materia di deregolazione e se annuncerà per decreto, signora ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, l’intervento che ci viene richiesto dall’agenda europea in materia di lavoro. Un intervento che, invece, se eseguito attraverso un disegno di legge, non sarebbe credibile dati i tempi brevi che questa legislatura ancora consente e data la particolare sensibilità della materia rispetto alla base parlamentare che pure sostiene il governo.

In secondo luogo, come a Maastricht, sarà decisivo il modo con cui verrà definito nelle ultime ore e negli ultimi minuti il tema del rientro dal debito, dallo stock accumulato del debito, secondo cioè quei criteri di sostenibilità peraltro già evidenziati anche dal precedente governo e dal precedente ministro dell’Economia: quelli riferiti al debito consolidato, quindi alla dimensione privata del debito, come alla dimensione del debito posseduto da investitori stranieri.

In terzo luogo, ritengo fondamentale che venga introdotta con maggiore evidenza la dimensione geopolitica e geoeconomica nel negoziato, prestando quindi attenzione alle prospettive del processo di integrazione, sia quelle nella direzione transatlantica, sia quelle nella direzione orientale, sia quelle nella direzione meridionale. Noi abbiamo praticato in modo squilibrato in passato il rapporto tra widening e deepening; abbiamo forse ecceduto in widening senza approfondire l’aspetto – chiedo scusa del bisticcio – del deepening. Ora dovremo non commettere l’errore opposto di accentuare solo l’approfondimento, senza guardare anche all’allargamento, condizione necessaria per un ruolo politico dell’Unione e per prospettive di crescita della sua area economica.

A tale scopo, ripropongo al Governo l’esigenza di riallacciare, noi, soprattutto noi italiani, un rapporto con il Regno Unito in funzione del dialogo transatlantico ed in funzione anche di una maggiore forza dello stesso processo europeo. Ciò che potremmo cedere oggi potrebbe essere molto meno rilevante di ciò che cedemmo allora – mi riferisco a Maastricht – in materia di difesa europea. Potremmo cedere quellaTobin tax cui non credono molto nemmeno i tedeschi, che potrebbe essere una grida manzoniana o peggio ancora uno spiazzamento del solo mercato europeo.

Credo sia doveroso ancor più cercare lo scambio simmetrico tra unione fiscale e stabilità, in modo da ottenere quei meccanismi decisionali tempestivi del Fondo salva Stati, della strumentazione di stabilità, senza i quali ragionevolmente la speculazione continuerà a ritenere insufficiente il nostro muro antincendio, il nostro strumento di protezione, oltre ad una dotazione che non può non tendere all’illimitatezza – come ha sostenuto lo stesso presidente Monti – considerando che più sarà adeguata la dotazione, meno necessario ne sarà l’uso effettivo.

Infine, non vorrei tanto sottolineare la possibilità degli eurobond dedicati – come sappiamo – a mutualizzare il debito, quanto riferirmi alle considerazioni svolte, per quanto riguarda la dimensione geopolitica e geoeconomica, in merito ai project bond. Vorrei riprendere, cioè, il progetto di Delors, poi sottolineato dal ministro Tremonti, quello di grandi investimenti infrastrutturali europei comuni, in modo che si possano con essi sostenere le stesse scelte geoeconomiche e geopolitiche, per non perdere il ruolo nella nuova configurazione nel mondo e per sostenere la crescita.

Non credo che queste siano prospettive impraticabili. Penso, al contrario, che quella adeguata soggettualità politica che anche all’ultima ora, nell’ultimo minuto, può essere giocata da un soggetto avente le debolezze note, ma anche i punti forza che in questi anni ha saputo costruire, potrà ottenere attraverso opportune alleanze.

Non dimentichiamo che la prospettiva di una Europa baltica, di una Europa germanizzata non piace alla gran parte dei Paesi dell’Unione. Non dimentichiamo, per altro verso, le possibili reazioni populiste e antieuropee che, nel caso di accordi squilibrati, potrebbero generarsi in termini ancora più pericolosi di quelli che abbiamo conosciuto in Nord Africa.

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