Capitani coraggiosi

By Redazione

gennaio 24, 2012 politica

È un dato di fatto: sulla formazione del personale nautico italiano siamo in alto mare. Ed è paradossale perché, di contro, i marittimi italiani oggi godono di altissima considerazione internazionale. Ad accendere i riflettori sulla realtà della marina mercantile italiana, prima di allora ignorata dai più, è stato il recente naufragio della Costa Concordia. Al di là delle effettive responsabilità personali, ancora tutte da accertare, la pessima figura rimediata dal comandante Schettino ha gettato un’ombra pesante sul prestigio della marineria italiana. Una realtà che ha invece molto da raccontare, nonostante le difficoltà in cui si trova ad operare oggi. Notapolitica ne ha parlato con l’Ufficiale di navigazione Mauro Marino, presidente nazionale del Sindacato dei Marittimi. Con lui abbiamo fatto il punto della situazione, cercando di capire cosa significa oggi guadagnarsi la vita andando per mare. E soprattutto quali sono le prospettive per il futuro di un settore importantissimo per l’economia nazionale. Già, perché secondo i dati Ipsema, (l’istituto di previdenza per i lavoratori marittimi, confluito da qualche tempo nell’Inail) sono circa centomila gli addetti italiani al settore marittimo, impiegati presso circa seimila imprese marittime: dalle navi passeggeri a quelle  da carico, passando per rimorchiatori, naviglio ausiliario, imbarcazioni da diporto e pescherecci, la maggior parte con contratti a tempo determinato.

Presidente Marino, qual è l’iter per diventare comandante di una nave mercantile?
Diciamo che in Italia non si è organizzato un iter unico, un percorso standardizzato, attraverso magari la costituzione di un centro di eccellenza di formazione. Esiste invece una rete di vari percorsi che sicuramente mostrano profonde lacune. L’iter naturale rimane conseguire un diploma di indirizzo nautico: fino alla riforma Gelmini esisteva la scuola storica dell’Istituto Tecnico Nautico, oggi sostituita dall’Istituto Tecnico Trasporti e logistica. Conseguito il diploma, ci si può imbarcare come allievi ufficiali, e trascorsi 12 mesi d’imbarco (fino al 2007 ne erano richiesti minimo 18)  con questa qualifica si può sostenere un esame presso le Direzioni Marittime per acquisire la qualifica di ufficiale, e accedere alla carriera in mare. Chiaramente, una volta divenuti ufficiali ci sono altri requisiti da conseguire per poter sostenere l’ultimo esame che consente di arrivare al comando delle navi. Purtroppo in Italia, dal 2007, si sono prese decisioni assurde, colpendo fortemente la nostra scuola nautica e rendendo troppo facile l’accesso a questo mestiere a chi proviene da percorsi di studi non nautici. Per chi non ha un diploma di indirizzo nautico, ad esempio, esistono corsi di allineamento di 500 ore, che permettono poi l’imbarco da allievo, anche se con limitazioni di carriera per il personale di coperta, che non può arrivare al comando di tutte le navi, ma nessuna limitazione per il personale di macchina.

Esistono scuole o accademie per la formazione del personale marittimo in Italia?
Il Sindacato dei Marittimi ha proposto la costituzione della prima accademia europea della marina mercantile, come quella che negli Stati Uniti esiste già dal ’46. La nostra proposta è stata molto apprezzata a livello europeo, tanto che ci chiamarono a presentare il progetto presso la Commissione Europea, ma ha trovato grossi ostacoli nel nostro Paese. In Italia attualmente esiste l’Accademia del Mare, a Genova, che però in realtà è un semplice corso post-diploma. Mentre da noi, in Italia e in Europa, si perde tempo, nei paesi emergenti il percorso scelto per la formazione dei marittimi è quello della laurea, e questo renderà i nostri giovani poco competitivi nel prossimo futuro.

Sono sempre meno i comandanti italiani, e, di contro, sempre di più le compagnie di navigazione che prediligono personale straniero. Perché? 
I giovani europei non sono più attratti dalla carriera in mare per tantissimi motivi. Sacrifici personali e famigliari non riconosciuti, nessuna sicurezza lavorativa (il precariato a vita), quasi zero mobilità verso altri settori lavorativi. In più, non essendo neanche considerata dalla legge un lavoro usurante, questa carriera è una sorta di condanna a navigare fino alla pensione. Gli Stati e gli armatori cercano di attirare nuovi marittimi garantendo loro denaro e carriere veloci, il che rappresenta un danno enorme, sia per il sistema lavoro che per la sicurezza. A questo si aggiunga la tendenza armatoriale ad aumentare profitti risparmiando sul costo del lavoro, preferendo manodopera a basso costo. È un insieme di argomenti che fanno si che la tradizione marinara italiana ed europea stia perdendo il suo valore, la sua importanza storica.

Cosa si fa in Italia per la formazione delle nuove leve. E cosa si dovrebbe fare?
Come ho già detto, quanto fatto dal 2007 in poi è stato un errore. Se si vogliono riportare i giovani in mare, si deve offrire loro un percorso formativo standard, che li renda altamente competitivi a livello internazionale. Cosa fare? Non gettare fondi in tanti piccoli progetti di formazione, ma costituire una vera Accademia della Marina Mercantile. Se negli USA seguono questa strada dal 1946, e ogni anno investono nel migliorarla, un motivo ci sarà. In Italia si è fatto poco e male per risolvere il problema delle poche “vocazioni” verso una carriera così particolare. Non si è fatto nulla per dare prestigio alla carriera del marittimo. Difficilmente un giovane sceglie un lavoro che lo condannerà ad essere un precario a vita. Un lavoro, lo sì è detto, neppure riconosciuto come usurante. E poiché il percorso formativo attuale non offre alcuna possibilità di sbocco verso altri settori professionali, è chiaro che pochi intraprendono la carriera di marittimo. Si figuri poi con la nuova riforma delle pensioni cosa vuol dire oggi andare per mare. Prendiamo invece un collega americano che esce dall’accademia. Dopo aver navigato per anni, magari arrivando al comando, può passare ad incarichi a terra non solo nelle compagnie di navigazione, ma anche in compagnie di assicurazioni, istituzioni e via dicendo. Da noi dove vai? Pochissimi fortunati, magari, riescono ad avere un posticino nella compagnia. Ma la maggioranza rimane a bordo fino alla pensione.

Italiani, popolo di navigatori di santi e di poeti. È ancora così? Come è considerato il livello di professionalità del personale italiano nel settore marittimo?
A livello di professionalità il marittimo italiano è ancora considerato uno dei migliori al mondo. Non a caso anche grandissime compagnie straniere impiegano italiani. Pensi che all’Accademia della marina mercantile USA insegnano ancora oggi la manovra e la storia del comandante Piero Calamai (lo storico comandante del transatlantico italiano Andrea Doria, ndr). In Italia pochi sanno chi realmente sia stato e quale sia stata la vera storia. Il problema è che il mondo va avanti e non si può vivere sugli allori e sulle glorie del passato. La formazione deve essere aggiornata, si devono rendere i nostri giovani competitivi. Italiani popolo di navigatori, santi e poeti? Abbiamo perso tutte e tre queste caratteristiche, quando invece avremmo il dovere di tutelare e rilanciare il nostro nome nel mondo.

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