Verospread: ciò che la borsa non calcola

By Redazione

gennaio 22, 2012 politica

La differenza tra il valore dei titoli di stato italiani e quello dei corrispettivi tedeschi. Lo sanno tutti: è lo spread. Secondo le ultime agenzie, oggi lo spread ha toccato quota 420, in discesa rispetto ai terrificanti livelli delle scorse settimane.

Questa è la differenza che ci allontana dalla locomotiva d’Europa. Questi sono i numeri che tanto ci fanno preoccupare ogni giorno. Ma non è l’unico numero che ci deve angosciare e che il governo Monti far migliorare. Sono i numeri che raccontano quelle differenze che, al di là della borsa, ci fanno retrocedere anno dopo anno verso le ultime posizioni in Europa e nel mondo nelle classifiche stilate periodicamente sui più disparati aspetti della vita economica del paese.

Ci proponiamo di passarle in rassegna tutte (o quasi), di parlare di quello che abbiamo voluto chiamare ‘vero spread’, ovvero ciò che in modo tangibile e concreto ci impedisce realmente di crescere e prosperare. Il primo numeri di #verospread che vogliamo fornire è: 42,6%. È la percentuale riferita alla pressione fiscale in Italia, dato fornito da Eurostat nel rapporto ‘Tax revenue in the European Union’, che ci piazza al quarto posto tra i 17 membri dell’eurozona e al sesto nella graduatoria dell’intera Unione Europea. Tra i 17 peggio di noi solo Belgio, Francia e Austria. In Germania la pressione fiscale è al 39,5%. Rispetto al resto dell’Unione Europea, pagano più di noi solo i cittadini danesi e svedesi.

Vogliamo quindi iniziare con uno dei grandi crucci dei governi italiani, tecnici e non: lo statalismo.

Mai sentito parlare del Paradosso di Easterlin? Un indizio: è anche detto ‘paradosso della felicità’. Ancora niente? Ebbene, basti sapere che un certo Richard Easterlin, stava indagando sulla diffusione della moderna crescita economica. Notando che tale diffusione non era poi tanto estesa come ci si sarebbe dovuto aspettare, ne concluse che la ragione risiedeva nel fatto che la felicità degli individui non è collegabile all’aumento del reddito. In poche parole, i soldi non fanno la felicità o, se si preferisce, anche i ricchi piangono.

Già da prima di Easterlin, la saggezza popolare ha tramandato una quantità di proverbi e modi di dire che esprimono, in modo più o meno colorito, l’esatto contrario del paradosso in questione.

Ma la saggezza popolare non è più la sola ad entrare in aperto disaccordo con l’opinione del professore. Easterlin è stato infatti clamorosamente smentito da uno studio pubblicato il 12 gennaio scorso dall’Institute of Economic Affairs, il think tank made in UK che dal 1955 si occupa di libero mercato. Gli studiosi hanno rilevato che esiste un nesso evidente tra ricchezza e felicità. Non solo, hanno anche scoperto che felicità e diseguaglianza non sono particolarmente collegate tra loro.

La cosa interessante è che lo studio dimostra che gli individui sono mediamente più infelici se il loro governo …è uno spendaccione. Pare che non sia importante che i servizi offerti al cittadino siano o meno efficienti. Ciò che più di ogni altra cosa sembra causare musi lunghi nella popolazione è la continua e ubiqua interferenza dello stato nella vita dei cittadini. In pratica, lo stato ci farebbe molto più felici se ci facesse pagare meno tasse, se lasciasse che il nostro reddito netto fosse più alto. In buona sostanza, se la smettesse una buona volta di occuparsi a tutti i costi della nostra felicità.

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