South Side Story

By Redazione

gennaio 22, 2012 Esteri

Qualche considerazione, in ordine sparso, sull’esito delle primarie repubblicane in South Carolina.

1) Ha vinto Newt Gingrich. E su questo ci sono pochi dubbi. Ma si tratta di una vittoria ancora più netta e significativa se si pensa che fino a una decina di giorni fa l’ex Speaker della Camera viaggiava malinconicamente al terzo posto – con un trend pericolosamente negativo – dietro a Rick Santorum e con una dozzina di punti percentuali di svantaggio rispetto a Mitt Romney. Come ha scritto Nate Silver su Fivethirtyeight, stiamo parlando una rimonta che ha pochi precenti nella storia politica recente delle primarie USA. Per rimanere in South Carolina, rispetto all’upset di Newt impallidisce perfino quello riuscito nel 2008 a Hillary Clinton contro Barack Obama. Hillary era dietro di 8 punti percentuali nei sondaggi della vigilia e vinse di 3. Undici punti di swing che sembrano davvero poca cosa rispetto ai circa 25 recuperati da Gingrich a Romney nei dieci giorni che hanno preceduto il voto.

2) La sconfitta di Mitt Romney, in uno stato che – sotto il profilo demografico e “ideologico” – rappresenta una sorta di microcosmo della coalizione repubblicana a livello nazionale, è più pesante di quanto dica il semplice dato numerico (40-28). Ha ragione da vendere Sean Trende su Real Clear Politics: non ci sono buone notizie per l’ex governatore del Massachussetts nascoste nei numeri del Palmetto State, da qualunque lato li si possa analizzare. Romney ha vinto solo in tre contee (Charleston, Beaufort e Richland), ma ha perso – inaspettatamente – in zone dove il suo messaggio, soprattutto di politica economica, avrebbe dovuto teoricamente attrarre la maggioranza degli elettori repubblicani. Oltre ad aver perso, probabilmente, in tutti e sette i distretti del Congresso (e questo potrebbe significare una vittoria 25-0 di Gingrich nel conto dei delegati), Romney ha perso in ogni segmento demografico significativo dell’elettorato. Le uniche eccezioni sono tra i postgraduates (18% dei votanti), tra chi guadagna più di 200mila dollari all’anno (5%), tra i non-evangelici (35%) e tra i pro-choicers (34%). E in nessuno di questi casi il suo vantaggio su Gingrich è stato particolarmente vistoso.

3) Questo tracollo pone seri dubbi sulle opzioni strategiche a disposizione di Romney per tentare di neutralizzare il pericolo-Newt. In Iowa il furioso attacco mediatico pre-natalizio all’ex Speaker ha dato i suoi frutti e ha colto il campo avverso del tutto impreparato. Ma fino a dove si può spingere il Team Romney nell’affondare il coltello degli spot negativi nelle piaghe (antiche e recenti) di Gingrich? Visto l’effetto del dirty trick dei mainstream media alla vigilia del voto in South Carolina e visto l’effetto sull’elettorato della reazione di Newt, la character assassination può essere ancora considerata una strategia vincente? Sempre Sean Trende traccia un parallelo con la sconfitta di Bush Jr. contro McCain nel 2000 in New Hampshire. Secondo lui, però, Romney è in una posizione peggiore di George W. proprio perché ha già speso molto tempo e molto denaro attaccando Gingrich, a differenza di Bush che iniziò ad attaccare McCain soltanto dopo la sconfitta nel Granite State.

4) Considerare Romney come il candidato “inevitabile” alla vittoria dopo il New Hampshire è stato estremamente superficiale, da parte di molti – troppi – analisti. Considerarlo ancora come “inevitabile” dopo la South Carolina è semplicemente stupido. Gingrich e Santorum, insieme, hanno conquistato il 57% dei voti in South Carolina. Romney non ha mai superato il 33% nella media dei sondaggi nazionali (attualmente è al 30%). Per ora Santorum sembra intenzionato ad andare avanti (su Paul non ci sono dubbi: correrà fino alla convention), ma un suo risultato mediocre in Florida – o addirittura uno stallo nei sondaggi precedenti al Sunshine State – potrebbero spingerlo a prendere una decisione diversa, in stile-Perry. Di fronte ad una ipotesi del genere, con un fronte anti-Romney compatto e non più disperso in mille rivoli, lo scenario per l’ex governatore del Massachussetts potrebbe essere complicato.

5) “Sarà ancora lunga, molto molto lunga”, ha pronosticato con il suo solito sorriso sardonico Karl Rove, commentando il risultato del voto in diretta su Fox News. Rove non è certo un simpatizzante dell’ex Speaker (e in questo non è affatto diverso dal 90% dei pundit e dei commentatori schierati sulla destra del panorama politico statunitense), ma ha potuto negare che la vittoria di Gingrich in South Carolina ha allungato l’orizzonte delle primarie almeno fino al Super Tuesday del 6 marzo. Gli stati in cui si voterà a febbraio (caucus in Nevada, Colorado, Minnesota e Maine; primarie in Missouri, Arizona e Michigan), non sembrano infatti in grado di esprimere un vincitore in grado di sbaragliare gli avversari e chiudere contesa. In realtà, poi, anche il Super Tuesday non è “affollato” come nel 2008. E l’unico stato-chiave (vista l’anomalia di una Virginia senza Gingrich e Santorum) sembra poter essere l’Ohio.

6) Prendere atto di un Romney indebolito rispetto a qualche giorno fa, non significa non riconoscere i vantaggi (strutturali) di cui l’ex governatore del Massachussetts continua a godere nei confronti di Gingrich (e di Santorum). Parliamo soprattutto di denaro, di ground-game e di appeal nei confronti dell’elettorato non-repubblicano. Come spiega Jay Cost sul Weekly Standard, Gingrich è stato finora un maestro – soprattutto nei dibattiti – nell’incarnare quel “senso di frustrazione” che spesso accompagna l’elettorato del GOP nei suoi rapporti con i mainstream media e con i democratici (che poi è quasi la stessa cosa). “Ironicamente però – scrive Cost – mentre Gingrich sembra essere il più attrezzato, tra i tre maggiori candidati rimasti in corsa, per rappresentare la frustrazione dei repubblicani nei confronti del presidente in carica, potrebbe anche essere il meno adatto dei tre per tentare di vincere a novembre.  Di certo Gingrich infiamma l’animo dei repubblicani, ma i moderati hanno ampiamente dimostrato di non sopportarlo fin da quando è apparso per la prima volta sulla scena politica, all’inizio degli anni Novanta”. Non è affatto escluso che la discussione su questo particolare “baggage” di Newt torni ad essere decisiva nelle prossime tornate elettorali.

7) Gingrich sarà anche meno “attrezzato” di Romney – almeno apparentemente – in vista della sfida di novembre con Obama, ma i simpatizzanti democratici che hanno accolto con tintinnio di cristallo la sua vittoria in South Carolina, perché foriera di un lungo e sanguinoso scontro interno al GOP, sembrano essersi dimenticati la lezione del 2008. Durante la Guerra dei Cent’anni tra Hillary Clinton e Barack Obama, più di un commentatore filo-repubblicano si compiaceva della durata e dell’intensità dello scontro nella convinzione che, alla lunga, questo avrebbe favorito John McCain. Com’è andata a finire, poi, ce lo ricordiamo tutti. La mobilitazione continua dell’elettorato democratico ha prodotto frutti che neppure lo stratega più sofisticato avrebbe potuto architettare. Eppure, anche in campo repubblicano, c’è ancora chi ha difficoltà ad imparare dagli errori del passato. Come ha giustamente scritto Andrea Mollica su Giornalettismo, “le presidenziali sono un referendum sull’operato del presidente quando questi si ripresenta per un secondo mandato, e la forza degli avversari dipende sostanzialmente dal giudizio che gli americani danno dell’inquilino della Casa Bianca”.

8) Finora in questo ciclo di primarie è successo tutto e il contrario di tutto. Ascese improvvise, crolli verticali e rimonte clamorose. Non è neppure detto che a vincere la nomination sia uno dei quattro candidati rimasti in corsa, perche con l’attuale conto dei delegati (Gingrich 23, Romney 19, Santorum 13, Paul 3) la prospettiva di una “brokered convention” non è più un caso di scuola ma una possibilità reale, anche se remota. Non fatevi trascinare dai profeti del momentum e dell’inevitabile, dunque, ma… expect the unexpected.

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