Il leader di cristallo

By Redazione

gennaio 22, 2012 Esteri

Buffo, no? Quando alla vigilia delle primarie il New Hampshire Union Leaderdiede il suo endorsement a Newt Gingrich, in molti alzammo il sopracciglio con sufficienza. Il vecchio Newt, in fondo, non solo aveva già avuto il suo momento d’oro ai tempi di Bill Clinton per poi finire totalmente fuori dai giochi per un buon decennio, ma aveva anche già avuto il suo brevemomentum in queste primarie, secondo i sondaggi di dicembre, e ben presto se l’era fatto sfuggire. Anzi, pareva già un miracolo che non si fosse ancora ritirato, dopo un esordio condito da piccoli scandali e dalle dimissioni in massa del suo staff.

Quando poi nelle primarie del New hampshire il vecchio Newt si piazzò ad un patetico quinto posto, quell’endorsement parve ancora più patetico. Ma sabato sera, quando sono usciti i risultati della primaria in South Carolina, quelli dello Union Leader si sono presi una grassa rivincita.

Il 40% di Gingrich (e la maggioranza in 43 contee su 46) non è solo una vittoria: è un trionfo che nessuno, probabilmente nemmeno lui, aveva preventivato sino a poche ore prima. Non perché nessuno prima avesse riportato in quello Stato una vittoria di quelle dimensioni – anzi, molti hanno fatto anche di meglio – ma perché appena tre giorni prima ci si avviava al voto in South Carolina come ad un’ultima, disperata prova di resistenza da parte dei conservatori sudisti rispetto ad una candidatura Romney ormai pressoché ineluttabile. E invece, è bastato un allineamento di piccoli eventi nella giornata di giovedì a “sbloccare” i conservatori dalla frammentazione cui parevano ormai inesorabilmente condannati, dando la stura ad un exploit del quale ancora si stenta a capacitarsi.

Jonathan Allen di The Politico sabato confessava su Twitter tutta la sua incredulità: “Una cosa è la redenzione, un’altra è la resurrezione; ma la storia di Newt verrebbe rifiutata da Hollywood perché per crederci è necessario un atto di fede troppo spinto!”

Il limite di questo voto a valanga per il vecchio Newt sta nel fatto che chiaramente si è trattato soprattutto di un voto “contro”, un gesto di rivolta. Erick Erickson sul sito conservatore RedState sintetizza l’accaduto come “la base del partito repubblicano che fa il dito medio all’establishment repubblicano di Washington: sono arrabbiati, e ora come ora è rimasto solo Newt a battersi per loro, per imperfetto che sia”. Forse un po’ prosaico, ma nella sostanza è esattamente la stessa cosa che hanno scritto Mark McKinnon sul centrista DailyBeast, David Weigel sul liberal Slate, ed innumerevoli altri.

Più che della forza della candidatura di Gingrich, quindi, il voto di sabato la dice lunga sulla fragilità della candidatura di Romney, che pure aveva affrontato questo voto con tutti i vantaggi: più soldi, più appoggi, più mezzi, più endorsement, più preparazione, più professionalità, più tutto (e anche la partenza vincente, mentre Newt era partito a volo radente).

Ancora una volta Romney ha dimostrato di non avere la cosa più importante (della quale il vecchio Newt è invece ben dotato, peccato glie ne manchinio molte altre): la capacità di sintonizzarsi con la base, di cogliere gli umori della gente e catalizzare le emozioni. Per questo il suo 28%, risultato più prossimo a quello ottenuto da Rick Santorum che a quello del vincitore, non è solo una sconfitta: è una disfatta che annulla tutto quello che egli aveva conquistato sino a qui.

C’è poi un altro grande sconfitto che esce dal voto di sabato, e mi sorprende che pochi lo abbiano notato: la mitica “Destra religiosa”. Gingrich, approdato al cattolicesimo alla sua terza conversione e al suo terzo matrimonio, ha trionfato anche grazie alla sua performance un dibattito in diretta sulla CNN nel bel mezzo del quale è stata mandata in onda un’intervista alla sua seconda moglie, la quale ha rivelato che quando colei che oggi è la terza moglie era solo la sua giovane amante, lui aveva proposto la soluzione del “matrimonio aperto”. Non solo: una settimana fa i leader di quella che un tempo si chiamava la “Christian Coalition” si erano riuniti a Houston in un tormentato conclave di due giorni per esprimere un candidato “unitario” e così fermare l’avanzata di Romney prima che fosse troppo tardi. Ebbene, il nome uscito da quel conclave texano era quello di Rick santorum, e, visto quanto è accaduto – in uno Stato in cui il 63% degli elettori repubblicani si autodefiniscono evangelici o “cristiani rinati”, il voto è andato a Gingrich per il 43%, la stessa proporzione ottenuta quattro anni fa da Mike Huckabee che è un ministro del culto – chi ha puntato su Santorum poteva apparire più inifluente di così. 

Intendiamoci: Romney sabato non ha affatto perso la nomination, esattamente come in New Hampshire  non l’aveva ancora vinta. Può ancora recuperare, e possono ancora accadere molte cose. La partita si sposta ora in Florida, uno Stato enormemente più grande e più cruciale, che assegna molti più delegati e che, contrariamente agli Stati nei quali si sono disputati i primi tre match, li assegna con il sistemawinner-takes-all, cioé non li spartisce proporzionalmente ma li dà tutti al più votato. Lì Romney è nettamente avanti nei sondaggi, è molto ben attrezzato dal punto di vista organizzativo, e non affronta un elettorato conservatore quanto quello della South Carolina.

Tuttavia è pur vero che quattro anni fa McCain era sguarnito di uomini e mezzi nelSunshine Statefinché la vittoria contro Huckabee in South Carolina non diede nuovo slancio alla sua candidatura. E alla fine vinse anche lì, costringendo al forfait un avversario agguerrito ma debole, di nome Mitt. 

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