Presidenziali a Taiwan (2)

By Redazione

gennaio 21, 2012 Esteri

Nonostante la vittoria politica e presidenziale, il Kuomintang ha mostrato di patire un calo dei consensi, i quali benché non si siano coagulati attorno alla candidatura di James Soong, risultano visibili nella redistribuzione dei seggi  tra le altre forze minori della sua coalizione (Coalizione pan-azzurra) quali i conservatori di Prima il Popolo (Pfp) e i nazionalisti del Nuovo Partito (Cnp). In parlamento il Kmt dovrà patteggiare con i suoi alleati minori di coalizione al fine di superare l’ostruzionismo dell’opposizione. Ciò renderà più complesso il processo decisionale nelle riforme interne. Molte delle critiche del Dpp nei confronti dei rivali del Kmt risultano pertinenti per quanto riguarda la politica estera, la fuga dell’elettorato verso partiti più identitari loro alleati dimostra la necessità di giungere ad un chiarimento sull’ideologia degli attuali nazionalisti taiwanesi.

A differenza del nome gli attuali leader nazionalisti paiono sempre più propensi a delegare potere e sovranità nei confronti di Pechino nella speranza forse di potersi ritagliare un possibile spazio politico quali rappresentanti del continente sull’isola. L’operazione politica portata avanti da Ma Ying-jeou risulta al contempo assai più rischiosa proprio per la maggior disinvoltura con il quale ci si propone verso l’ex nemico di un tempo. Procedere nell’integrazione economica significa rafforzare i legami con il continente, dunque è inevitabile che la Cina Popolare assuma un ruolo primario nella partnership, ponendo al rango di marginale feudalità le mire dei nazionalisti taiwanesi, anche rispetto agli interessi e al quadro geopolitico deciso dal comitato centrale del Pcc per la Cina.

Pensare di poter reclamare la legittimità del modello della repubblica nazionale presente sull’isola anche sul continente, dopo la fine della Guerra fredda e la rinascita economica cinese post-maoista è mera utopia. Ove i dirigenti del Kmt mirassero a perseguire tale obbiettivo illudendosi delle promesse poste sul tavolo dai loro equivalenti comunisti cinesi nei loro confronti, rischierebbero non solo di subire una sconfitta ancor più bruciante rispetto a quella del 1949 ma di mettere seriamente a repentaglio l’isola e la sua attuale autonomia politica. In assenza di una visione politica di lungo periodo sul futuro dell’isola, il Kuomintang appare più come un partito-comitato d’affari propenso alla promozione e difesa di un certo corporativismo affaristico delle grandi aziende verso il mercato cinese. Il Dpp, pur non brillando per idee e proposte di libero mercato sul piano economico, si propone quantomeno sul piano dell’indipendenza dell’isola come acerrimo oppositore del modello di Cina unificata a varie velocità e spazi di autonomia (opponendosi al principio di “un paese, due sistemi” già operativo a Macao o a Hong Kong) sotto il vessillo comunista, proposto invece ambiguamente  dall’attuale Kuomintang. La posizione del Dpp guarda con favore ad una dichiarazione d’indipendenza unilaterale la quale però necessiterebbe di un riconoscimento ufficiale da parte della comunità internazionale.

Peccato che sino ad oggi il Governo di Taiwan non è al momento riconosciuto ufficialmente da nessuno Stato al mondo come Paese sovrano ed indipendente al fine di non danneggiare i rapporti con la Cina Popolare. Dal 1971, Taiwan non ha seggio presso l’ONU e non è pubblicamente riconosciuto da nessuno dei Paesi membri permanenti del suo Consiglio di sicurezza, né dal Canada né dall’Unione Europea, benché tutti quanti continuino a intrattenere rapporti sottobanco di collaborazione commerciale con l’isola. Tale prospettiva del riconoscimento dell’indipendenza, se di fatto è già una realtà, per quanto riguarda l’aspetto diplomatico risulta essere un obbiettivo ideale impraticabile in ragione della ferma opposizione di Washington a tale proclamazione, al fine di non rompere i legami venutisi a creare con la Cina comunista dalla presidenza Nixon sino ai giorni nostri. Pechino da parte sua, continua a considerare l’isola una provincia ribelle da riconquistare, puntando i suoi missili balistici verso le coste dell’isola, minacciando di scatenare una guerra nel caso Taipei dovesse dichiarare ufficialmente sulla propria carta la sua indipendenza.

 

Non a caso, i rapporti con la Cina continentale sono stati al centro della campagna elettorale taiwanese. Tsai Ing-wen ha puntato con un appello populista che faceva leva sulle crescenti disparità economiche nel paese e sulla perdita di posti di lavoro causata dalla delocalizzazione di molte aziende locali verso la Cina, al fine di promuovere un boicottaggio delle merci cinesi sull’isola e la causa indipendentista. La leader democratica-progressista era favorevole all’indipendenza totale dalla madrepatria, aveva anche promesso di rivedere il cosiddetto “Consenso 1992“, ovvero l’accordo che il Pcc e il Kmt avevano raggiunto in quell’anno e con il quale accettavano il principio di una sola Cina (cioè che Taiwan è parte integrante geografica ed istituzionale della Cina, sebbene entrambe si ritengano la sola forma politica di governo legittimo anche per la controparte).

 

Ma quali sono le cause della sconfitta del Dpp alle urne? La sconfitta del Partito Democratico Progressista è dovuta al venir meno del sostegno della sua tradizionale base elettorale rappresentata dai proprietari agricoli e dalle piccole aziende. Entrambi i settori hanno infatti beneficiato dell’accordo di cooperazione economica del 2010 che ha abbattuto le tariffe doganali di centinaia di prodotti destinati alla Cina, dando un grande impulso alle esportazioni taiwanesi. Gli scambi commerciali con Pechino nel 2011 hanno fatto registrare un saldo positivo per Taiwan pari a 78,8 miliardi di dollari, mentre si stima che senza il suddetto accordo di cooperazione il disavanzo per Taipei sarebbe stato di circa 10 miliardi. Il modello economico proposto dal Dpp è risultato meno attraente e troppo proletario populista a fronte di un Kuomintang teso a promuovere l’apertura al business delle industrie e ai grandi gruppi economici, apparendo come più modernizzatore, vicino allo stile di vita e al tenore medio dei taiwanesi e alle loro aspirazioni verso un maggior benessere.

Un secondo motivo è la forte influenza del vicino cinese, il quale in ragione della sua crescita economica vertiginosa e della crescente influenza politica ed economica giocata in Asia, risulta essere un forte modello di riferimento per i taiwanesi, oltreché un volano soprattutto in termini d’opportunità commerciali derivanti dagli scambi reciproci. Un terzo motivo deriva dalla politica estera di Taiwan, la quale per sessant’anni si è caratterizzata  con una politica fortemente anticomunista e nazionalista; la riconferma di Ma Ying-jeou è quindi interpretata dall’elettore taiwanese come un ulteriore segno di rottura con il passato ed un’ evoluzione positiva della politica internazionale della Repubblica di Cina e del Kuomintang.

Un quarto motivo è l’attuale relativo periodo di distensione venutosi a realizzare a livello internazionale tra Usa e la Cina. La popolazione taiwanese non ha alcun interesse ad alzare la voce contro Pechino laddove non siano gli Usa a farlo per primi. Se con la presidenza di Bush jr, l’America era riuscita a mantenere un’ ambigua neutralità tra le due Cine (favorendo il riarmo militare di Taipei nonostante i buoni rapporti con Pechino) è soprattutto con l’elezione nel 2008 del democratico Obama che si assiste ad un forte squilibrio in favore di  Pechino, indebolendo nella società taiwanese la causa anticomunista ed indipendentista promossa dal Dpp. Non è un caso che il successo elettorale del loro primo presidente eletto, Chen Shui-bian nel 2000, sia arrivato sulla scia delle tensioni di fine anni ’90 tra Bill Clinton e Jiang Zemin.

Nello scorso settembre la visita della candidata alla presidenza per il Dpp a Washington non ha convinto la Casa Bianca che una sua eventuale vittoria avrebbe garantito la stessa stabilità nei rapporti con Pechino che ha contraddistinto il primo mandato di Ma Ying-jeou; il mancato sostegno dei democratici americani ai loro omologhi taiwanesi ha decretato la sconfitta di quest’ultimi e il loro ridimensionamento d’immagine presso l’opinione pubblica. Lo stesso Obama nonostante i suoi tentativi di innalzare un muro di contenimento all’espansione del gigante asiatico nella regione, risulta un presidente molto più debole agli occhi dei dirigenti comunisti cinesi, non in ragione della sua potenza militare, ma in relazione alle ingenti spese warfariste e welfariste realizzate durante la sua presidenza col peggioramento della situazione del debito pubblico federale e degli indicatori economici interni agli Usa. Un ultimo motivo è conseguenza della storia politica di Taiwan: benché si sia sempre dimostrata un paese relativamente aperto all’economia di mercato e ai modelli occidentali, dalla sua indipendenza sino alla morte nel 1975 del suo leader fondatore, il generale Jiang Jieshi (Chiang Kai-Shek), è stata retta da un modello politico autoritario a partito unico rappresentato dal Kuomintang. Il processo di democratizzazione dell’isola avvenne ad opera di Jang Qinghuo, figlio ed erede del fondatore nel partito, il quale sospese la legge marziale nel 1987 e con la sua morte nell’anno seguente, pose fine al regime a partito unico di tipo dinastico aprendo al pluralismo partitico.

 

E’ probabile che ancora oggi gran parte dell’elettorato taiwanese propenda maggiormente a fidarsi del Kuomintang e della sua leadership rispetto all’opposizione, in ragione dell’educazione e della storia che tale partito rappresenta nell’isola. Il partito fondato da Sun Yat-Sen pare beneficiare anche dell’incapacità dell’opposizione a promuovere la causa indipendentista senza al contempo proporre modelli economici di tipo socialdemocratici incentivanti la crescita del Paese.Questo fa sì che il Dpp  non sia la prima scelta degli elettori se non in caso di forti tensioni nel quadro geopolitico internazionale della regione. Tale partito rischia quindi di diventare un soggetto capace di ottenere voti solamente in caso di situazioni emergenziali o per l’incapacità dimostrata dal Kmt al potere.

I prossimi quattro anni saranno decisivi per capire il futuro del Paese: le difficoltà che attendono il Kmt non derivano solo dai suoi evidenti problemi di natura identitaria ed ideologica ma anche dalle crescenti tensioni sociali presenti nel Paese.

La scelta di basare la propria crescita economica sul business innescato dalla partnership con Pechino, se da un lato ha consentito alle grandi aziende private e ai gruppi d’interessi economici ricchi guadagni, dall’altro lato ha indirizzato tale crescita a scapito dei lavoratori e della classe media. Il malcontento presente nella società non si rispecchia in nessun partito elettorale e trova nell’astensione alle urne il suo termometro naturale. Quest’ultima elezione è stata la meno partecipata tra le cinque elezioni presidenziali democratiche tenute nella storia di Taiwan (74%).

I prossimi passi nel riavvicinamento tra i due paesi, promessi dal presidente durante il suo secondo mandato, rischiano di scontrarsi con una certa opposizione non solo interna ma anche da parte della stessa Cina. Le aziende pubbliche cinesi si oppongono infatti alla cancellazione dei dazi doganali per le importazioni da Taiwan, così come le compagnie finanziarie sembrano temere la concorrenza delle banche dell’isola. Infine bisognerà verificare su quali basi potrà proseguire la partnership con la Cina popolare a fronte della sua nuova leadership che si insedierà a Pechino durante il 2012 e i cui orientamenti sulle sorti dell’isola sono tutti da verificare. E’ possibile che tali incognite interne ed esterne, ove siano mal gestite dall’attuale leadership politica al vertice, in vista delle elezioni presidenziali del 2016 possano rilanciare il Dpp o aprire anche a possibili nuovi soggetti politici il tentativo di promuovere una rinnovata coerente difesa dell’indipendenza e sovranità dell’isola.

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