Megacrash

By Redazione

gennaio 21, 2012 Cultura

Dopo circa 7 anni di attività i siti Megavideo, Megaupload e Megaporn sono stati oscurati. In sostanza, dopo l’arresto del numero uno dell’organizzazione, Kim Schmitz, non esistono più quei luoghi virtuali mediante i quali milioni di utenti in tutto il mondo vedevano film (anche recentissimi) in streaming o scaricavano discografie intere di gruppi più o meno famosi.

I 72 minuti di limite di streaming di Megavideo erano diventati oramai leggendari tra gli internauti abituali: allo scadere del tempo la visione del film si interrompeva e un messaggio del sito richiedeva all’utente di sottoscrivere un abbonamento per continuare a fruire del servizio. Troppo facile però il trucchetto per evitare il problema: spegnere e riaccendere il router e far ripartire la visione della pellicola dal momento desiderato. Tutto questo in evidente e palese violazione della legge sui diritti d’autore. Il meccanismo? Semplice: basta iscriversi ad un forum di appassionati di cinema e streaming, cercare l’opera desiderata in una lunga lista e copiare-incollare il link anonimo presente sul sito. Un click sul tasto play, un breve spot pubblicitario di altri siti amici ed il gioco è fatto. Alta definizione compresa. Schmitz è stato arrestato in Nuova Zelanda proprio nei giorni in cui negli Usa, e di riflesso in tutto il pianeta, si discute dei Sopa e dei Pipa Act, le nuove leggi a tutela dei diritti d’autore e contro la pirateria online, chiaramente da intendersi in senso restrittivo.

Il problema da comprendere però è se stiamo parlando di questioni legate alle proprietà intellettuali o solamente di denari da versare ai rispettivi proprietari. In linea di massima ad un regista o ad un musicista fa comodo che la propria opera giri: nel caso dei musicisti significa avere più fan e quindi più gente ai concerti, anche se si viene da terre lontane e poco conosciute. I registi lavorano anche in base al loro successo e quindi vedere un film di due anni fa potrebbe portare più pubblico all’uscita successiva di quel dato autore. Il problema è chi ci lucra sopra: bella la favola di internet come piattaforma di libertà, peccato che nessuno abbia pensato al fatto che la società dietro Megaupload ha fatturato oltre 175 milioni di dollari (25 milioni di dollari l’anno) da dividere, stando all’inchiesta giudiziaria in corso, tra 6-7 persone che in pratica hanno solo comprato spazio fisico sul web, lo hanno gestito e hanno venduto abbonamenti di un luogo virtuale, inesistente.

Di certo l’attacco a Megaupload non ucciderà il traffico dei contenuti su internet: la rete è qualcosa di inestricabile, enorme, irraggiungibile, intangibile. Mettere online un qualcosa protetto da copyright è condividere insieme ad altri utenti conoscenze, saperi ma anche semplice intrattenimento. E’ un fenomeno incontrollabile e non è possibile frenarlo e l’arresto di Schmitz probabilmente sarà come voler arginare il mare con uno scoglio. Certo è che però i singoli utenti, da soli, non possono creare il mercato dell’illegalità: necessitano sempre di un qualcuno che raccolga questi contributi e li renda disponibili. Da qui scaturisce l’idea Megaupload, che è l’evoluzione dell’idea Napster. Chi ci lucra sopra e crea un mercato è giusto che paghi ma non in multe salate, bensì in diritti d’autore: perché non trattarli alla stregua delle radio? Le emittenti radiofoniche pagano ogni anno fiori di quattrini alle varie “Siae” di competenza dicendo: “questi sono i diritti dovuti, ora siamo autorizzati a programmare come vogliamo”. Perché non fare lo stesso con questi grandi siti? Ormai il cinema è sempre più home-cinema: la tecnologia da anni ci offre mezzi per vedere ed ascoltare film e dischi sempre più complessi e raffinati ad un prezzo sempre minore: le tecniche Hd sono diventate pane quotidiano per chiunque. Compriamo molto di più online e molto meno nei negozi. Vediamo il calcio da casa e andiamo meno allo stadio. Perché allora non possiamo vedere i film da casa al posto di andare al cinema? L’utente sfrutta le comodità dell’online e sarebbe irrazionale non farlo.

E tutto questo ragionamento lo si può estendere anche all’ambito della produzione e fruizione musicale. Facciamo in modo che chi moltiplica e facilita queste comodità possa sì guadagnarci ma paghi anche il diritto d’autore: come se fosse un normale negozio di dischi o un cinema online e facciamo anche in modo che gli utenti paghino delle cifre modiche (l’abbonamento del caso Megaupload è già un buon metodo) per fruire di questi servizi. La risposta del futuro è tutelare chi crea le opere d’arte, soprattutto se qualcuno ci guadagna sopra, snellendo le burocrazie nel campo e rendendo più economico il ristoro del diritto d’autore. Sarà comunque difficile bloccare del tutto il traffico illegale e gratuito delle opere. Internet è la più grande arena del pianeta: la si può regolamentare e la si può sfruttare come il più grande mercato pubblicitario e di beni esistente, ma non si può fermare la voglia di libertà di sette miliardi di persone: perché lo scambio libero di file va oltre le motivazioni economiche. Come abbiamo detto, tutto ciò è scambio di sapere, di idee, di culture diverse. E’ un atto di amicizia al fine di condividere una gioia comune nel ridere o piangere per un film, o nel suggerire ad un altro “questo disco mi manda in estasi: provaci anche tu”. E’ un atto di generosità gratuito e proprio per questo non è peloso, non è paludato, non è interessato. E’ il nuovo modo di fare la pace tra i popoli.

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