Tigella: “Le notizie con un tweet”

By Redazione

gennaio 20, 2012 Cultura

Si scrive Claudia Vago, si legge Tigella. Su Twitter è una star, vanta una platea di 9000 followers ed è diventata ambasciatrice di un nuovo modo di fare informazione, quel “giornalismo partecipativo” che in tanti osservano con interesse. Arriva prima dei quotidiani, spesso senza i filtri delle agenzie di stampa. Nel mondo si muovono migliaia di cittadini-cronisti o, come li definisce Tigella, “curatori che in rete individuano e verificano le fonti, seguono le storie e le aggregano”. Claudia è una di loro. Nella vita fa la social media editor per la Regione Emilia-Romagna, mentre su Twitter ha cominciato a raccontare la primavera araba, i movimenti di protesta in America ed Europa. A fine 2011, insieme ad alcuni utenti, realizza YearInHashtag: sito internet che raccoglie notizie, video e tweet pescati nel mondo dei social. Con Claudia, reduce da un convegno su Twitter e comunicazione, abbiamo parlato del ruolo dell’informazione che cambia, al passo con i cinguettii del microblogging.

Il citizen journalism è esploso anche grazie alla ribalta di Twitter. Può essere questo social network l’approdo definitivo per un nuovo modo di fare informazione?
Credo che l’esigenza di raccontare in prima persona quello che ci succede intorno sia un fatto principalmente politico, è disintermediazione ormai a tutti i livelli. Le rivoluzioni arabe, da cui si può dire sia iniziato questo nuovo modo di usare Twitter (prima ci sono casi isolati, come le manifestazioni in Iran nel 2009) sono movimenti “atipici”, senza leadership come intendiamo comunemente, nate e cresciute fuori dalle organizzazioni tradizionali (partiti, sindacati, associazioni…), sono movimenti “disintermediati”, in qualche misura. In questo contesto riappropriarsi della comunicazione, per usare lo slogan “essere i media”, diventa naturale e parte integrante dell’agire politico. Nel corso del 2011 Twitter si è affermato come principale strumento per questo tipo di comunicazione perché quello che si presta meglio all’aggiornamento e alla consultazione in mobilità, perché con il sistema degli hashtag permette di aggregare tutti i messaggi sullo stesso argomento, contribuendo a creare una narrazione e, al tempo stesso, rafforzare il senso di appartenenza a un gruppo e a una causa per chi usa quell’hashtag. Che sia l’approdo definitivo è difficile da dire: al momento è sicuramente quello che si adatta meglio, ma non è detto che in futuro non nascano altri social network o quelli esistenti non introducano funzionalità che li rendano adatti a questo genere di uso. Penso in particolare a Google+, che ha già moltissime affinità con Twitter.

Anche da qui passa la riconquista del pubblico perduto da parte dei grandi quotidiani?
L’informazione è e sarà sempre più in real-time: se succede qualcosa in qualunque angolo del mondo abbiamo la possibilità di esserne informati in pochissimo tempo, conoscere i dettagli dell’evento, in molti casi averne più punti di vista di più persone presenti sul posto. È chiaro che in questo contesto i quotidiani perdono gran parte della loro funzione informativa: quando il quotidiano arriva in edicola sappiamo già tutto dell’evento. Il ruolo dei quotidiani in questo nuovo ecosistema dell’informazione deve, per forza, cambiare, puntare agli approfondimenti e anche alla connessione di tutte le suggestioni che arrivano dalla Rete (tweet, foto, video, post di blog…) e che hanno bisogno di essere filtrate, aggregate, dotate di senso.

A che punto è l’interazione giornalisti-utenti sui social media? C’è ancora qualche meccanismo da scardinare?

Il grosso del lavoro che resta da fare è quello di integrare il lavoro dei giornalisti “tradizionali” con quello delle nuove figure di “curatori”, coloro che in rete individuano e verificano le fonti, seguono le storie, le aggregano. Per ora in Italia la Rete non è ancora percepita come un luogo da cui trarre notizie, informazioni e storie. O almeno, non è usata in questo senso.

Tu che di Twitter sei conoscitrice e utilizzatrice, quali modalità consigli per sfruttarne al meglio le potenzialità di strumento informativo? Chi seguire e di chi fidarsi?
La reputazione in Rete è qualcosa che si costruisce col tempo e per decidere se fidarsi o meno di qualcuno occorre conoscere o, comunque, analizzare il suo percorso. Per questo generalmente quando seguo un evento attraverso un hashtag prima di fare un retweet, e quindi rilanciare una notizia che trovo, cerco di capire dal profilo se si tratta di una persona affidabile, dalla completezza della descrizione del profilo, da eventuali link che inserisce, dal numero di tweet e di follower, scorrendo la timeline per capire di cosa parla abitualmente e con che livello di affidabilità… Nella maggior parte dei casi, però, ho selezionato nel tempo (e continuo a farlo) account che si sono dimostrati essere affidabili e autorevoli.

Quale può essere il rapporto tra Twitter e stampa tradizionale?
Può diventare un ottimo rapporto se per la stampa tradizionale smette di essere “un oggetto curioso” da usare per riempire gli spazi vuoti del giornale e diventa un luogo da cui trarre storie e suggestioni.

Per l’ampio raggio della sua azione, a volte il giornalismo collaborativo incappa in errori, bufale e approssimazione. Come migliorarne la qualità anche agli occhi dei più diffidenti?
Il bello di questo modo di lavorare è che è proprio attraverso la collaborazione tra più persone che hanno competenze, conoscenze e punti di vista diversi è possibile individuare le bufale, nella maggior parte dei casi in tempi molto più rapidi di quelli dei media tradizionali. Mi viene in mente il caso, recentissimo, del video della nave da crociera che si pensava girato all’interno della Costa Concordia e invece, in poco tempo, la Rete ha scoperto che si trattava di un’altra nave, mentre le tv hanno continuato a diffonderlo.

E a chi dice che Twitter è il principale indiziato della creazione di una nuova categoria di tuttologi 2.0?
Quello che non tutti capiscono è che i social network hanno scardinato la disintermediazione tradizionale, creando però nuove figure di intermediari: oggi le persone “autorevoli” che fanno informazione non sono più solo i giornalisti tradizionali ma anche tutti coloro che “curano” le fonti e le notizie online e che funzionano da “bussole” per orientarsi nel vastissimo mondo dei social network e delle informazioni che quotidianamente vi circolano.

Il modello social dell’Huffington Post è pronto a sbarcare in Italia sotto l’egida del gruppo editoriale L’Espresso. Che ne pensi?
Non sono una particolare ammiratrice del modello Huffington Post. E’ indubbiamente interessante, ma credo ci siano moltissime altre strade percorribili. Inoltre, si tratta di un “brand” molto forte, ma non so quanto possa funzionare in Italia. Comunque sono curiosa di vedere come si concretizzerà.

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