Presidenziali a Taiwan

By Redazione

gennaio 20, 2012 politica

Ma Ying-jeou si è riconfermato alle urne per un secondo mandato come presidente della Repubblica di Cina (Taiwan) ottenendo il 51,6% dei voti, contro il 45,7% della candidata dell’opposizione, Tsai Ing-wen. Il terzo candidato in lizza, James Soong, ex-governatore della Provincia di Taiwan ed ex membro del Kuomintang uscito polemicamente dal partito, si è fermato al 2,8% dei suffragi con la propria lista di centro-destra (il Partito Popolare) senza riuscire ad attrarre una parte consistente del voto conservatore deluso dal presidente uscente.

Il margine dei cinquecentomila voti a favore dei nazionalisti preventivato dai sondaggi della vigilia è stato ampiamente superato dal risultato delle urne (il quale attesta ottocentomila preferenze di differenza tra i due principali sfidanti). Giurista sessantunenne formatosi a Harvard, già ministro della giustizia (dal 1993 al 1996), sindaco di Taipei (dal 1998 al 2006) e presidente del Kuomintang (dal 2005 al 2007), Ma Ying-jeou è stato premiato dagli elettori dell’isola grazie al suo programma di rilancio dei rapporti di amicizia e commerciali con la Cina popolare, pur mantenendo salda l’alleanza militare che lega il paese agli Stati Uniti.

Non a caso l’esito del voto ha fatto trarre un sospiro di sollievo sia a Pechino che a Washington: entrambi più o meno apertamente auspicavano una sua riconferma al fine di evitare l’apertura di un nuovo fronte nella contesa sempre più aspra tra le due superpotenze nel continente asiatico. A seguito dei dati dello spoglio elettorale sono prontamente giunte al vincitore le congratulazioni per la rielezione attraverso un comunicato inviato dal Dipartimento di Stato: «Ci congratuliamo con Ma Ying-jeou per la sua rielezione e con i taiwanesi per come hanno gestito le elezioni presidenziali». Pechino non ha al momento rilasciato commenti sulla vittoria di Ma Ying-jeou, ma secondo ilNew York Times, funzionari del Partito Comunista non avevano fatto segreto della loro antipatia verso la signora Tsai e il suo Partito Democratico Progressista (DPP).

Sicuramente per la Repubblica Popolare, la sua riconferma garantisce la possibilità di mantenimento degli attuali stretti legami economici costruiti a partire soprattutto dalla sua ascesa al potere nel 2008. Pur non riconoscendo legittimo il Governo di Taipei, la Cina è diventata ormai il principale partner commerciale di Taiwan. Se nel 2008 erano stati inaugurati i primi collegamenti diretti, favorendo in particolare il flusso turistico verso Taiwan (dove milioni di visitatori cinesi contribuiscono annualmente con circa 3 miliardi di dollari alla crescita economica dell’isola); nel 2010 il governo di quest’ultima ha siglato un importante accordo di cooperazione economica con Pechino che ha fatto lievitare gli scambi commerciali e gli investimenti tra i due paesi.  Taiwan è quindi un mercato per le merci cinesi; garantendo tale apertura economica ottiene tacitamente in cambio una implicita tolleranza politica sul suo status di isola ribelle da parte del suo ingombrante vicino. Il Pcc da parte sua, negli ultimi anni ha saputo avvicinare il destino economico della “provincia ribelle” a sé, la strategia economica seguita da Pechino risulta essere un mezzo per realizzare il proprio disegno politico: l’integrazione economica quale premessa per una pacifica unificazione politica, scongiurando così il pericolo di una guerra che risulterebbe nefasta anche per la crescita cinese e la sua immagine sul piano internazionale a livello economico. La vittoria di Ma Ying-jeou viene quindi interpretata da molti esperti come una riconferma dello status quo vigente, dell’equilibrio realizzatosi nei rapporti geopolitici internazionali da parte di Taiwan quale zona di contatto tra la sfera d’influenza statunitense e quella sino-comunista.

Gli Stati Uniti sono legati da forti interessi economici e da un trattato difensivo sottoscritto con la Repubblica di Cina, il quale benché ufficialmente sospeso nel 1980 (l’anno seguente alla formalizzazione da parte degli Stati Uniti dei propri rapporti con la Repubblica Popolare), impone a loro di intervenire in caso di aggressione alla sovranità ed indipendenza dell’isola.

Una Taiwan aperta al dialogo con Pechino è quindi negli interessi degli Stati Uniti in ragione della dipendenza debitoria nel rifinanziamento del debito pubblico statunitense da parte del creditore cinese continentale, con la necessità di aumentare quindi le esportazioni di beni di consumo verso il dragone rosso al fine di far ripartire l’economia a stelle e strisce sul piano interno. Taiwan con la vittoria del Kuomintang (KMT) può affermarsi come possibile interlocutrice ed intermediaria degli interessi americani sul continente oltreché delle proprie necessità economiche. Gli Stati Uniti non hanno quindi alcun interesse ad un innalzamento delle tensioni nell’area, il risultato delle elezioni è solo la conferma di un processo di normalizzazione dei rapporti tra le due Cine inaugurato quattro anni fa proprio da Ma Ying-jeou quando fu eletto per la prima volta alla presidenza. Per Washington tale risultato non è problematico in quanto consentirà una riduzione delle tensioni militari sempre potenzialmente presenti nel Mar Giallo in riferimento al contenzioso politico che divide Pechino da Taipei.

La vittoria di Ma Ying-jeou non può però essere considerata un trionfo nonostante le cifre apparentemente lo lascino supporre, il presidente ha visto un sensibile calo del -6,9% nei consensi rispetto all’elezione del 2008 (quando ottenne il 58,5%). Assieme alle elezioni presidenziali, sabato scorso, si è votato anche per il rinnovo del Parlamento nazionale e la commissione elettorale ha assegnato sui 113 seggi disponibili, 64 al partito nazionalista mentre 40 al partito di opposizione dei Democratici Progressisti, il resto dei seggi in palio ad altri partiti minori delle due coalizioni.

Tali numeri hanno segnato la perdita della super-maggioranza dei due terzi di cui disponeva il Kmt come partito. Nonostante ciò, il presidente taiwanese nel suo discorso della vittoria pronunciato davanti ai suoi sostenitori, ha ribadito come «questa vittoria rappresenta la continuazione per Taiwan di un cammino di pace e prosperità. Vi ringrazio per avermi concesso un altro mandato per completare le necessarie riforme a Taiwan, non vi deluderò». Il presidente ha promesso maggiori aiuti ai ceti più poveri ed ai disoccupati oltre a misure per proteggere l’ambiente. Benché economia e politica estera siano due argomenti assai sovrapponibili a Taiwan, la prima ha avuto senza dubbio un maggior impatto per determinare i risultati finali confermando l’analisi di George Tsai, politologo della Chinese Culture University di Taipei, il quale alla vigilia del voto aveva posto l’economia quale tema su cui si sarebbero giocate le sorti della campagna elettorale dei candidati.

«L’economia resta la questione più importante per la maggioranza della gente, in particolare per chi ha i redditi più modesti. A questa gente preoccupano poco i rapporti con il continente».

Dietro alla vittoria di Ma Ying-jeou, oltre alla piccola e media borghesia vi è soprattutto l’appoggio determinante dei grandi gruppi industriali favorevoli e favoriti dalla sua politica di riconciliazione con la Cina dalla quale sono derivati investimenti reciproci e grandi accordi commerciali. Nelle settimane precedenti il voto questi gruppi, agevolati dalla disponibilità di manodopera a basso costo in Cina, avevano incoraggiato i dipendenti taiwanesi residenti sul continente per motivi di lavoro, a recarsi ai seggi e votare a favore del Kuomintang. Secondo i resoconti dei media, circa 200 mila taiwanesi residenti in Cina hanno partecipato alle elezioni di sabato scorso tornando sull’isola; le spese per il viaggio di molti di essi sarebbero state pagate interamente dalle loro aziende.

L’umore che ha prevalso tra gli elettori è stato quindi il timore di un possibile nuovo deterioramento dei rapporti con Pechino più sul piano economico che su quello militare, con una eventuale presidenza a guida Dpp.

All’interno del sistema politico taiwanese dominato da Kmt e Dpp, la grande sconfitta uscente è Tsai Ing-wen, leader del Partito Progressista Democratico, laureata alla London School of Economics, vicina al mondo degli operai e agli agricoltori taiwanesi, aspirava a diventare la prima donna presidente dell’isola. A seguito dello spoglio elettorale ha dichiarato: «ammetto che il vostro sostegno non è stato sufficiente, dobbiamo migliorare la nostra campagna e la capacità di diffondere il nostro messaggio, mi assumo interamente la responsabilità della sconfitta», successivamente ha rassegnato le dimissioni dalla guida del partito. Più che le idee economiche promosse dal Dpp (tese ad una maggiore redistribuzione delle ricchezze) è la politica estera promossa da tale formazione politica a risultare interessante. Anche in questa tornata elettorale i Democratico Progressisti si sono presentati agli elettori come la piattaforma della causa indipendentista dell’isola dichiarandosi fortemente contrari a maggiori aperture verso la Cina continentale.

I Democratici Progressisti nascevano politicamente sul finire degli anni Ottanta con la democratizzazione di Taiwan e l’introduzione del pluralismo politico, storicamente sono il principale partito d’opposizione al Kuomintang. È quindi naturale che questo sia maggiormente in contrapposizione con i metodi di organizzazione del consenso e dello Stato proposti da Pechino anche rispetto allo stesso Ktm (il quale per storia fondativa e culturale nelle sue origini, risulta paradossalmente assai più vicino all’autoritarismo comunista cinese di quanto non sembri in apparenza). Si è ormai confermata l’inversione ideologica avvenuta già a partire dalle elezioni del 2008 durante la prima campagna presidenziale di Ma Ying-jeou per quanto riguarda la posizione dei nazionalisti nei confronti della Cina popolare. La trasformazione interna del Kuomintang da partito nazionalista anti-comunista ed indipendentista in un partito favorevole al ricongiungimento con Pechino non è solo responsabilità di Ma Ying-jeou, è semmai la conferma del trend intrapreso dal partito dalla fine del monopartitismo taiwanese ponendo termine al suo approccio estero “critico ed aggressivo” nei confronti dei “cugini cinesi”.L’inizio di una fase di nuove relazioni di tipo diplomatiche con Pechino, inizia infatti nel 1988 ad opera del presidente Lee Teng-hui del KMT.

Il Partito Progressista Democratico negli ultimi vent’anni ha fatto progressivamente propria la politica che per più di sessant’anni ha caratterizzato il vecchio Kuomintang, sin da quando l’isola era divenuta rifugio per oltre due milioni di nazionalisti cinesi in fuga, guidati da Chiang Kai-shek. Si era staccato dalla Repubblica Popolare alla fine della guerra civile cinese nel 1949 (persa sul continente contro Mao) portandosi dietro le riserve auree del paese e quel che restava dell’aviazione e della marina militare, ed instaurando la Repubblica di Cina. Non deve stupire se il Dpp giudichi oggi come incoerente se non addirittura come collaborazionista la deriva dell’attuale partito di maggioranza relativa rispetto al suo passato, alla storia e alle ragioni dell’indipendenza di Taiwan.

Domani la seconda parte.

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