La Cina è vicina e l’Arabia lo sa

By Redazione

gennaio 20, 2012 Esteri

Il primo ministro cinese Wen Jiabao ha chiesto la collaborazione di Abu Dhabi per mantenere la stabilità dei prezzi del petrolio, e dice che il suo paese sta lavorando per la pace nella regione. Le sue parole, pronunciate nel contesto di un convegno sull’energia, arrivano dopo una settimana in cui la tensione dialettica tra l’Iran e l’Occidente ha fatto aumentare il prezzo del petrolio. Quest’azione viene vista come ultima ancora di salvezza per il governo di Teheran, che minaccia di aprire un “gap” tra i membri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC). L’Iran, terzo esportatore di petrolio dopo l’Arabia Saudita e la Russia, ha riferito domenica scorsa che le compagnie petrolifere del Golfo hanno effettuato una manovra a dir poco ostile, quella riguardante la compensazione delle esportazioni di petrolio made in Iran, nell’evenienza che un prossimo embargo occidentale dovesse interrompere il suo programma nucleare. In precedenza, i vertici militari iraniani avevano dichiarato che avrebbero potuto chiudere lo Stretto di Hormuz se le sanzioni avessero colpito il petrolio.

«In qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza, la Cina continuerà a promuovere la pace in Asia occidentale», ha detto Wen nel frattempo ai partecipanti al World Future Energy Summit, in riferimento alla regione del Golfo. Il premier cinese, di ritorno dall’Arabia Saudita, ha firmato accordi energetici, ha difeso la necessità per l’importazione, l’esportazione e il transito, e vuole lavorare per raggiungere la stabilità dei prezzi delle materie prime, specialmente di petrolio e di gas. La visita di Wen nella regione, come negli ultimi giorni hanno reso noto il primo ministro britannico David Cameron, il ministro degli Esteri giapponese, Koichiro Gemba, e il deputato americano Eric Cantor, è dovuta alla ricerca di fonti alternative per sostituire il petrolio iraniano che, nel caso della Cina, copre quasi il 15% del fabbisogno. Anche se Pechino non supporta l’embargo del petrolio contro l’Iran perpetrato dell’UE,  ha paura di essere colpita da sanzioni statunitensi. Washington sta andando infatti a penalizzare le imprese straniere che fanno affari con la Banca Centrale iraniana, che paga la maggior parte degli scambi.

Il ministro del petrolio saudita Ali al-Naimi, ha assicurato i suoi interlocutori e ha ribadito la posizione del suo paese, noto per coprire eventuali richieste in eccesso. «Daremo ciò che chiedono i consumatori», ha detto. Ali al-Naimi ha confermato che il suo paese potrebbe «facilmente aumentare la produzione in pochi giorni, a 11,8 milioni di barili al giorno rispetto ai 10 milioni di oggi». Tuttavia  ha ribadito che l’eventuale variazione nell’offerta non sarebbe legata alle sanzioni contro l’Iran, ma all’incremento della domanda. 

Solo l’opzione saudita può rintuzzare i danni che provocherebbe la scomparsa, in tutto o in parte, dei 2,4 milioni di barili che l’Iran esporta ogni giorno. L’Arabia Saudita è infatti l’unico paese in grado di sopperire alla mancanza. Di qui l’importanza di ogni parola che pronuncia Al Naimi, e l’ansia crescente di queste ore a Teheran. A nche la Cina, dunque, come qualsiasi altro consumatore tra i grandi paesi emergenti, guarda a Riyadh e alla crisi incombente. La Cina importa tra i 400mila e i 500mila barili al giorno dall’Arabia Saudita, e una quantità simile dall’ Iran. «Se ci chiedessero di fornire altri 200 o 300mila barili – ha detto il ministro saudita – non ci sarebbe alcun problema». 

 

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