Affamato di Libertà

By Redazione

gennaio 20, 2012 Esteri

Qualcuno credeva che con l’abdicazione di Fidel Castro e l’ascesa al potere del fratello Raul la situazione a Cuba sarebbe cambiata. E invece nulla è realmente cambiato, con il paese che continua ad essere soggetto ad un duro regime autoritario di stampo comunista. L’ennesima dimostrazione giunge in queste ore con la notizia, divulgata dalla Cuban Human Rights and National Reconciliation Commission (CHRNEC), della morte in carcere di un dissidente di 31 anni lasciatosi letteralmente morire di inedia dopo oltre 50 giorni di sciopero della fame.

Wilmar Villar, questo il suo nome, aveva iniziato lo sciopero della fame in seguito alla condanna a 4 anni di reclusione inflittagli per il semplice fatto di aver partecipato ad una manifestazione di protesta contro il regime. Un’accusa inconcepibile in un paese democratico ma assolutamente normale per un paese in cui da oltre 40 anni vige una delle dittature più repressive del pianeta.

La CHRNEC, organizzazione in cui sono impegnate numerose figure d’opposizione al regime, fa sapere per bocca del proprio portavoce Elizardo Sanchez, chela morte di Villar era «inevitabile e che la piena responsabilità per l’accaduto non può che ricadere sul regime che non ha fatto nulla per evitare il tragico epilogo della vicenda». Sanchez ha aggiunto che la giovane vittima faceva parte di un gruppo di dissidenti chiamato Cuban Patriotic Union (CPU) particolarmente attivo nella regione occidentale dell’isola.

Ed è stato proprio nel corso di una manifestazione del CPU lo scorso novembre che Villar sarebbe stato incarcerato con l’accusa di aver mancato di rispetto alle autorità ed aver resistito all’arresto. Accuse che gli sono valse per l’appunto, una condanna a 4 anni di reclusione: una sentenza che il giovane non riteneva equa e che lo ha spinto allo sciopero della fame che gli è costato la vita.

Cuba non è nuova a questo genere di eventi. Infatti già nel febbraio del 2010 un altro dissidente, Orlando Zapata Tamayo, morì in seguito ad un lungo sciopero della fame. In quel caso L’Avana subì una pesante pressione internazionale soprattutto da parte della Chiesa Cattolica e delle autorità spagnole che costrinsero il regime a liberare una cinquantina di prigionieri politici.

Per il momento né Raul Castro né il suo entourage si sono pronunciati sull’accaduto, ma in rete monta la rabbia dei dissidenti. E c’è già chi ipotizza, come ha fatto il blogger dissidente Yoani Sanchez sul proprio account di Twitter, che l’establishment descriverà Villar come un “comune criminale” così come fece con Zapata dopo la sua morte.

Non è da escludere, però, che anche in questo caso, come avvenne nel 2010, il regime subisca nuove pressioni internazionali. Certo è che chi sperava che le cose a Cuba stessero cambiando ha avuto l’ennesima dimostrazione del contrario. Il paese continua ad essere soffocato da un regime spietato che non tollera alcun tipo di opposizione.

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