Mauro parla, Bersani s’incazza

By Redazione

gennaio 19, 2012 politica

Repubblica si inserisce prepotentemente nel dibattito sulla legge elettorale. Lo fa con un editoriale del suo direttore, nel quale non si auspica un generico cambiamento del Porcellum. Ezio Mauro individua due possibilità ben precise. La prima, è quella di smantellare il sistema di Roberto Calderoli: “È evidente che il potere di scelta degli eletti va riconsegnato agli elettori: attraverso collegi uninominali che evitano proprio il mercato delle preferenze”. Qualora una riforma ampia si rivelasse impossibile per la mancanza di una convergenza parlamentare, l’invito è quello di “scegliere tutti i suoi candidati attraverso le primarie”.

Esortazione rivolta non all’intero arco di forze politiche, ma esclusivamente al Partito Democratico: “In questo modo, restituirebbe da solo ai cittadini ciò che la porcata ha loro tolto – osserva Mauro – E diventerebbe l’apriscatole del sistema”. Parole precise nella forma: Repubblica si pone come interlocutore privilegiato del Partito democratico, puntando nel contempo a condizionarne il dibattito interno. E lo fa utilizzando come grimaldello un argomento che è potenzialmente tra i più divisivi tra i democratici, investendo anche le dinamiche di medio periodo sulle alleanze elettorali.  

La proposta di Mauro ricalca nei dettagli quella avanzata tre giorni fa da Giuseppe Civati e Salvatore Vassallo dalle colonne dell’Unità. I due sostenevano l’opportunità che i democratici si impegnassero a sostenere una riforma in senso maggioritario, pur evitando con accortezza di menzionare il doppio turno della proposta ufficiale di Bersani. E, in caso di fallimento, invitavano il Pd ad introdurre primarie per selezionare i candidati da inserire nelle liste bloccate. “Concedendo” alla segreteria solamente una piccola quota bloccata.

I due, battitori liberi dopo aver senza molto successo provato a dare vita ad un’area di opposizione “laica” alla leadership bersaniana (e dopo che Civati ha bruscamente interrotto il sodalizio con l’altro rottamatore, Matteo Renzi), si sono attirati gli strali di tutte le anime del partito.

Irritato Bersani, che si è visto smontare il complesso sistema di un doppio turno all’ungherese, presentato in estate e ancora unica proposta ufficiale democratica. E per di più dalle colonne del quotidiano di partito. Muro da parte dei veltroniani, seccamente contrari alle preferenze e alle primarie come metodo di selezione di candidature ad organi che non siano monocratici. Contraria anche l’area popolare e dalemiana, che sostiene la segreteria pur preferendo di gran lunga il modello tedesco.

Insomma, un vespaio quello rintuzzato da Mauro, mentre oggi si inaugura l’Assemblea nazionale del partito. Una due giorni alla quale il duo Civati-Vassallo ha promesso (o minacciato) di voler sollevare il dibattito sulla questione. Al partito hanno preso l’editoriale come fumo negli occhi. Il sospetto è che a Repubblica il maggioritario a doppio turno non vada proprio giù, e abbia adottato la struttura civatiana per sparigliare. Fatto sta che le linee telefoniche del Botteghino si sono surriscaldate: “Sono tutti incazzati”, racconta una fonte del partito. Il segretario non vuole storie, non nella due giorni di assemblea, per lo meno. Vedersi sconfessare un’altra volta dal più grande quotidiano d’area su uno dei temi del momento potrebbe minarne seriamente la leadership. Proprio per questo “domani [oggi, n.d.r.] Repubblica dovrebbe sì insistere con il cambiamento della legge, ma lasciar perdere il fronte primarie”, continua l’esponente democratico.

Che tradotto, significa che il quotidiano di De Benedetti insisterà sull’uninominale. Non escludendo a priori la proposta di Bersani, ma lasciando da parte sia ipotesi che prevedano un riciclo delle preferenze sia  la semplice correzione del Porcellum, opzione tra le più gradite nelle fila del Popolo della Libertà.

“Forse è opportuno concentrarsi su questa priorità e non sui soliti sermoni sulle primarie dei rottamatori di turno”, ha seccamente replicato a Civati l’onorevole Giorgio Merlo. Con due giorni di ritardo, perché Repubblica intendesse. 

(l’Opinione)

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