Damasco-Teheran passando per Mosca

By Redazione

gennaio 19, 2012 Esteri

L’asse Damasco-Teheran sembra reggere bene al peso delle continue sanzioni varate dalla comunità internazionale. Anzi ne esce rafforzata, grazie al contributo offerto dalla Russia. Negli ultimi undici mesi dell’anno sembra che l’Iran e la Russia abbiano incrementato l’export di armamenti verso la Siria. E se la Repubblica dei pasdaran si affretta a smentire qualsiasi illazione, il colosso dell’esportazione russa Rosoborenexport non ne fa mistero.

A sollevare i sospetti il transito di una nave cargo russa in acque internazionali, approdata sulle coste cipriote una settimana fa e poi ripartita alla volta del porto siriano di Tartus, il secondo scalo merci più importante della Siria dopo Lattakia. Il giallo sulla rotta si è poi infittito. Il 9 gennaio il mercantile battente bandiera russa è salpato da San Pietroburgo. A causa delle pessime condizioni climatiche, è stato costretto a virare in direzione delle acque greco – cipriote. La sosta forzata accordata dalle autorità di Cipro al comandante del mercantile ha però generato una serie di equivoci e sospetti circa la natura delle merci a bordo. Il dieci gennaio la “Chariot” ha lasciato il porto di Limassol e due giorni dopo ha raggiunto le coste siriane di Tartus. L’approdo del mercantile russo ha scatenato le ire del governo turco, da sempre impegnato sul fronte del monitoraggio del traffico di armi in Medio Oriente. Secondo il portavoce del Ministero degli esteri turco, Selcuk Unal, il cargo “trasporterebbe con sé tonnellate di armamenti destinate al regime di Assad”. Tuttavia, la vicenda appare molto più complessa.

Le autorità turche lamentano di “non aver ottenuto il permesso d’ispezionare con attenzione l’interno della nave”; la compagnia russa coinvolta si affretta a precisare che “il cambio di rotta era stato deciso ancor prima che la nave lasciasse la madre patria. E la meta siriana non figurava lungo la rotta”. Troppi i punti oscuri della vicenda. Il 12 gennaio le autorità turche – interpellate dall’Ansa – hanno confermato la presenza della nave “Chariot” nei pressi del porto siriano di Tartus. Non è un mistero che Cipro costituisca da tempo il crocevia privilegiato per il traffico di armi, che giungono più o meno clandestinamente in Medio Oriente. E non è un segreto che la rotta cipriota sia di frequente battuta da mercantili russi che trasportano merci pericolose. A suscitare allarmismi è stata per lo più la leggerezza mostrata dalle autorità cipriote nel concedere il permesso di navigazione al cargo russo.

Dietro il traffico di armi tra Russia e Siria, pare ci sia anche l’Iran. A tal proposito è d’obbligo il condizionale per mancanza di prove. A sostegno di questa tesi – avanzata dal Dipartimento di Stato americano – ci sarebbero i frequenti colloqui del comandante iraniano (a capo delle Guardie della Rivoluzione) con il braccio armato di Assad. Un presagio che intralcia il sonno degli Usa e di Israele. In questa partita a quattro, gli interessi da difendere sono molteplici. La Russia si prodiga affinché le relazioni economiche con la Siria rimangano inalterate. La Turchia, invece, si affanna nel tentativo di mantenere sotto controllo il traffico di armi che si dipana dal Libano, dall’Iraq, dalla Russia verso la Siria. Dal canto suo, l’Iran si preoccupa di mantenere inalterato il sodalizio con il regime di Assad promettendo appoggio incondizionato, ma non scevro da opportunismi. In questa intricata matassa, serve porre l’accento su un aspetto cruciale: le relazioni trasversali tra Iran, Russia e Siria. Al momento, il fronte caldo medio-orientale è rappresentato dall’asse di ferro Iran-Siria. A protezione di quest’intesa profonda si ergono Cina e Russia con i loro continui veti alle sanzioni decise in sede Onu e Ue. L’ultimo in ordine di tempo risale all’ottobre scorso, quando i due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu si sono opposti al documento Ue che prevedeva una lunga serie di sanzioni contro il regime siriano. Pur discostandosi dai gravi atti di violenza perpetrati dal regime di Assad, Mosca ha confermato il suo ruolo di partner commerciale. Non a caso, la Russia si colloca al terzo posto tra i principali partners commerciali della Siria nel settore dell’ import, dopo l’Arabia Saudita, la Cina e l’Italia (al quarto posto). La reticenza di Cina e Russia a porre un freno alla Siria s’inquadra nella cruciale sfida per il mantenimento degli equilibri geopolitici mondiali.

Siria e Iran, sulle carte geografiche, occupano una posizione privilegiata, perché costituiscono il crocevia di traffici e scambi commerciali con il resto del mondo. In questo caso il gioco vale la candela. Gli interessi sul Golfo Persico sono molteplici, petrolio in primis. A ciò si aggiunge il traffico illegale di armi, una vera miniera d’oro. È sufficiente dare un’occhiata al listino delle armi più gettonate dai guerriglieri di Assad. Al primo posto le pistole Glock richiestissime per l’ingombro limitato, la precisione e i caricatori capaci di contenere fino a 30 colpi. Non di certo economiche, visto gli ultimi rincari del 30% che hanno fatto lievitare il prezzo dai 1500 ai 2000 euro. Sempre richiesti i kalashnikov, l’arma individuale di cui nessuno può fare a meno. In poco più di otto mesi il prezzo di un AK 47 è passato da 850 euro ad oltre 1500 euro. Ovviamente i prezzi aumentano se si puntano armi di prima qualità, come il kalashnikov a canna corta. Prezzo sul mercato, 4500 euro. Ancora richiestissima risulta essere la mitragliatrice DSHK calibro 12,7 – risalente all’era sovietica e celebre per incepparsi una volta sì e una no – nonostante il suo peso che supera i 40 kg di ferraglia, dal costo esoso di 4000 euro. Non proprio alla portata di tutti. La regina delle armi rimane sempre l’RPG B7, il lanciarazzi anti carro, dal costo più contenuto. È possibile acquistarlo per 700 euro. Tutta questa “roba” arriva dritta in Siria e viene impiegata sul campo dal braccio armato di Assad, formato in prevalenza da mercenari. Le più temute sono le Shabiha. Il loro nome tradotto in italiano significa “fantasmi”, di nome e di fatto. Si tratta di una milizia formata da 20.000 uomini. Essi comparvero sulla scena internazionale già nel 1976, nel corso della guerra civile in Libano. Negli anni 80 si rafforzarono raccogliendo molti ex miliziani delle Forze di Difesa di Rifaat Al Assad.

Con lo scoppio delle rivolte in Siria, “i fantasmi” sono ricomparsi al soldo di Bashar al Assad, al costo di 40 dollari giornalieri a testa. Un investimento che sta fruttando al “tiranno” siriano numerosi benefici, almeno per ora. Sul campo hanno mostrato il loro totale asservimento ad Assad, a scapito dell’esercito regolare sempre più distante dalla sete di vendetta del regime verso gli oppositori. I “fantasmi” combattono, uccidono senza scrupolo e non creano intralci. Attaccano civili e sparano casa per casa. Non hanno divisa né equipaggiamento comune. Si muovono furtivi tra le strade di Damasco, Homs e Dera’a dando la caccia agli oppositori e sparendo una volta compiuta la missione. Il loro lavoro comincia alle prime ore dell’alba. Arrivano in città a bordo di pullman, come normali lavoratori pronti ad affrontare una faticosa giornata lavorativa, e lasciano il loro “quartier” generale” con il calare del buio. Sono particolarmente attivi durante le manifestazioni di protesta organizzate di frequente dagli oppositori al regime. Attaccano indiscriminatamente negozi, case, e soprattutto civili. Li abbiamo visti nei numerosi video diffusi in rete dagli attivisti, e non si fermano davanti a niente e nessuno. Mercenari del regime, pronti all’uso e al consumo di Assad.

Ue e Onu nulla possono per fermare il fluente traffico di armi. Le sanzioni si sono rivelate del tutto inutili. La Russia in un modo o nell’altro è riuscita con astuzia ad aggirare l’embargo sul commercio illegale di armamenti imposto dalla Ue, mentre l’Iran continua subdolamente ad assicurare appoggio al regime, pur di mantenere inalterato il suo prestigio sul Golfo. 

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