“Concorrenza è bene comune”

By Redazione

gennaio 18, 2012 politica

“Aspettavo altre persone stamattina. Non sono potuti essere presenti perché non sono riusciti a trovare un taxi”. Claudio Velardi si tuffa subito nel merito delle questioni da affrontare, dopo aver riunito nel suo ufficio romano un po’ di amici a chiacchierare con Emma Bonino. Come le liberalizzazioni ci possono tenere agganciati all’Europa, come l’Europa non deve disperdere le liberalizzazioni che stiamo tentando faticosamente di fare. Questa la dicotomia messa in luce dalla leader radicale: solo sciogliendo entrambi i nodi, lucidando entrambe le facce della medaglia, si può sperare di uscire dal tunnel. “Sulle liberalizzazioni non arriviamo certo per ultimi. Sono nel dna dei radicali, all’inizio dello scorso decennio proponemmo una serie di referendum proprio su questo”. Quella volta si risolse tutto in un nulla di fatto, tra la Consulta e la decisa opposizione di Berlusconi.

Ma quella delle liberalizzazioni è una battaglia che vale la pena combattere perché “la concorrenza è un bene comune, e come tale dovrebbe essere favorita”. In questo quadro, “la questione dei tassisti è sicuramente rilevante, ma in realtà il grosso delle incrostazioni che allontanano dalla concorrenza attengono altri grandi settori, che speriamo rientrino seriamente nel decreto che il governo varerà in Consiglio dei ministri”. Un lungo elenco, a partire dai servizi pubblici locali, il comparto elettrico, quello gas. Passando per la separazione globale delle reti e la benzina e il gasolio. “Proprio perché sono così tanti e così rilevanti i settori in su cui poter intervenire, avrei consigliato a Monti di non iniziare dai tassisti”. Non sarebbe stato più facile: “In tutti i grandi settori ci saranno grandi resistenze, forse non immediate e disturbanti, e forse meno pittoresche, ma ci saranno”.

Metodologicamente, la speranza è che il governo vari un unico decreto venerdì: “Andare avanti con un decreto al mese sarebbe una tortura perenne per il prossimo periodo”. Ma soprattutto che trovi una quadra al proprio interno, in modo che “quando arriverà in Parlamento non subisca troppe contrattazioni,  veti incrociati e mega trattative, in modo tale che finisce per entrare un cavallo e alla fine esce un mulo”. Nel merito, non sarebbe un buon segnale focalizzare tutta l’attenzione sul versante professioni, perché “rischierebbe di distogliere il dibattito da tutti gli altri grandi temi che invece gravano sul paese”. Le ipotesi che si ventilano in queste ore potrebbero andare nella direzione auspicata.

Ma se l’Europa non cambierà marcia, anche l’auspicato cambio di passo di Roma sarà il tentativo velleitario di una piccola potenza regionale di risalire la china di una congiuntura mondiale sfavorevole. “Il problema vero non è la crisi, ma la reazione che noi stiamo avendo a quello che succede”, spiega Bonino. Che prosegue: “Intendo dire che la debolezza europea non è tanto economica, quanto tutta politica. Sui macro-elementi siamo la regione al mondo che sta meglio, almeno questo direbbe un economista marziano se domani arrivasse sulla terra”. Molte aree degli Stati Uniti versano in condizioni estremamente peggiori rispetto alla Grecia: “Ma loro hanno un governo federale, che ha autonomia di prendere decisioni per tutti. Da noi di tutto questo non c’è l’ombra. Anche la moneta unica, rispetto al dollaro, esiste senza un Tesoro unico e una Banca centrale, che sia vera, non come la Bce”.

Per riassumere, il problema non è dell’euro, ma della debolezza estrema della governance del processo economico del continente. Determinata dall’assenza di una vera leadership politica. “La strada è per forza quella di un’unione politica. Se non vi piace il nome Stati uniti d’Europa chiamatela Genoveffa, o come volete, ma l’unica possibilità è quella”. Insomma, per uscire dalla crisi occorre un governo federale. Ma  “un governo federale ha bisogno dell’identificazione con il suo presidente, come succede negli Usa”. E scusate se è poco.

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