Torpignattara: forse c’è dell’altro

By Redazione

gennaio 17, 2012 politica

Lo hanno trovato impiccato: uno dei due ricercati per la rapina avvenuta il 4 gennaio scorso nel quale morirono Zhou Zheng e la figlioletta Joy di appena nove mesi. Si chiamava Mohamed Nasiri, l’impiccato: appeso a una corda legata con un gancio a un’arcata di un capannone agricolo abbandonato.

Gli inquirenti dicono che si tratta di un suicidio, e che la morte risale a tre o quattro giorni fa. E perché Mohamed si sarebbe impiccato? E come si fa a dirlo, come si fa a sapere cosa può passare, a volte, per la testa di una persona? E il complice? Chissà, forse già all’estero… A Tor Pignattara di come Zheng e la figlioletta Joy sono stati assassinati, in certi ambienti, raccontano un’altra storia.

Una storia che forse è un romanzo. Ma è un romanzo? Raccontano che Zhou Zheng quella sera non era da solo; stava rincasando, aveva la figlioletta in braccio e con sé quella borsa colma di denaro ricavato dalla sua attività. Tanto denaro, quello che gestiva e raccoglieva. E non troppo lontano persone con l’incarico di fare sì che non accadesse nulla di spiacevole. Però quella sera non hanno saputo e potuto impedire che accadesse quello che è accaduto. Zhou Zheng e la figlioletta Joy vengono colpiti a morte; e i due magrebini tentano la fuga. Sono però subito presi da quelli che avevano l’incarico di proteggere Zhou Zheng. La borsa col denaro non interessa più di tanto, il denaro va e viene; ma quei due nord africani no, loro: catturati e portati in luogo sicuro, loro devono parlare, perché ci sono tante cose da spiegare e da capire.

Come mai, per esempio, due magrebini una sera decidono di rapinare Zhou Zheng, e la rapina si conclude in modo così cruento e sanguinoso? Sono solo due balordi, o dietro e sotto c’è altro? Perché in certi ambienti di Tor Pignattara la legge è un’altra legge, non scritta dai codici; e l’ordine è un altro ordine garantito e assicurato da persone che non indossano una divisa, ma sanno come farsi rispettare. In certi ambienti del quartiere hanno stabilito una sorta di convivenza, di “vivi e lascia vivere” tra i boss di sempre e quelli nuovi, venuti da lontano e ormai insediati. Ma l’equilibrio raggiunto è minacciato da altre bande, che vogliono imporre la loro legge, il loro ordine.

La rapina in cui sono morti Zhou Zheng e sua figlia Joy è un episodio, il più cruento e crudele di questa lotta tra il “vecchio” e il “nuovo” equilibrio? In certi ambienti di Tor Pignattara la storia la raccontano così. Raccontano, in questi ambienti che i due sono stati torchiati a dovere; e da giorni in quegli ambienti non davano un centesimo per la loro vita; immaginavano, o sapevano che fine potevano aver fatto. E di uno ora lo sappiamo: appeso a una corda, impiccato. E’ un romanzo? Forse. Ma non è un romanzo che da settimane, da mesi, Roma è teatro di uccisioni, ferimenti, pregiudicati che vengono ammazzati. Vecchi equilibri che si sono infranti, bande che si contendono territorio e traffici.

Vecchia criminalità romana e nuove bande che ancora non hanno raggiunto un equilibrio e si combattono. Forse la rapina finita con la morte di Zhou Zheng e sua figlia Joy non c’entra con questo scenario; forse davvero sono rimasti vittime di due balordi che l’hanno fatta troppo grossa; forse davvero Mohamed non ha retto la pressione su di lui e il suo complice e ha preferito farla finita legandosi una corda al collo.

Forse. Ma in certi ambienti di Tor Pignattara raccontano un’altra storia. E se quell’altra storia non è un romanzo, allora ce n’è di che essere preoccupati e inquieti. Preoccupati e inquieti perché si spara; e ancor più preoccupati e inquieti quando si finirà di sparare, perché significherà che non c’è più bisogno di farlo, che si sono raggiunti accordi e intese. E si può facilmente immaginare di che tipo. Che Roma, e non solo Roma, sia diventata terra di conquista e di lotta senza esclusione di colpi delle bande criminali, quella che sembrava una fantasia, un “romanzo”, quando ne parlarono per primi Rita Bernardini e i radicali, è ora una realtà da tutti riconosciuta.

Peccato che questo riconoscimento sia arrivato tardi e si sia così perso tempo prezioso, e che ancora oggi non sappia tradursi in concrete politiche di contrasto al crimine organizzato. Anche quello che abbiamo raccontato, raccogliendo voci e confidenze raccolte in certi ambienti di Tor Pignattara è un romanzo? Forse. Chissà. Può essere. Ma se ancora una volta non fosse un romanzo?

(l’Opinione.it

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