Il Pd alla guerra delle primarie

By Redazione

gennaio 16, 2012 politica

Pubblichiamo la risposta di Qdrmagazine, settimanale online di Libertà Eguale, componente veltroniana del Partito Democratico, alla proposta avanzata da Pippo Civati e Salvatore Vassallo sull’Unità sulla legge elettorale, che prevede una riforma in senso uninominale o, nel caso non andasse in porto, primarie di partito per individuare i componenti delle liste bloccate del Porcellum.

Non se ne può più: nei giorni in cui l’Italia e l’Europa corrono i rischi più grossi dai tempi della seconda guerra mondiale, non è accettabile che qualcuno pensi di dare priorità a temi che non siano quelli economici e sociali. Il Pd, in queste settimane, non può neppure lontanamente dare agli italiani l’idea che, invece di impiegare tutti i suoi sforzi per sostenere al meglio il governo Monti e prepararsi per le elezioni del 2013, perda tempo con giochetti politologici. Pensare di occupare anche un solo minuto dell’Assemblea nazionale del Pd di venerdì e sabato in prove d’onore su fantomatiche primarie per i parlamentari, come chiedono oggi  Civati e Vassallo, è assurdo. È fuori dal mondo. All’Assemblea si discuta, come hanno giustamente previsto gli organizzatori, de ” L’impegno del Pd per il futuro dell’Italia e dell’Europa“. Senza perdere tempo in chiacchiere. Anche e soprattutto in politica, come c’è scritto nel Qoelet, c’è un tempo per ogni cosa.

Oggi, invece, apprendiamo da Civati e Vassallo che in quella Quarto donde erano partiti i Mille di Garibaldi, leverà le ancore una proposta per le primarie dei parlamentari che non ha nemmeno un quarto di sensatezza. Da un lato, si dice ancora di voler abolire il Porcellum; dall’altro, ci si attrezza pensando che esso continui a esistere. Chiunque ne dedurrà che si è già pienamente slittati sulla subordinata e che la pratica della riforma elettorale è archiviata con sollievo. Solleticare così l’antipolitica è pericoloso: davvero chi ha firmato per il referendum si accontenterà, in nome di primarie in un sistema immutato, di un posto nel sistema e non di un sistema in cui valga la pena di trovare un posto? Il resto, a cominciare dal fatto che si crea un sistema di preferenza unica in intere province profondamente diverso dal collegio uninominale per dimensione di scala e per logica di competizione, e che richiede forti risorse organizzative alle spalle, non merita di essere commentato. Non è una proposta tecnica, è un’ideologizzazione della realtà, un voler applicare a tutti i costi uno schema, una parola magica, anche quando non ha senso. Non ne abbiamo bisogno.

Diano un’occhiata, gli apprendisti stregoni di ieri, di oggi e di domani, a quale uso ormai si fa delle primarie nel Pd, durante i congressi periferici. Uno strumento che doveva servire ad aumentare la contendibilità della leadership e delle linea politica, accrescendo la partecipazione, è oggi utilizzato per sortire effetti opposti e contrari. Tutto ciò per colpa di uno statuto nazionale fumoso e contraddittorio, spesso scritto male. Diano, gli apprendisti stregoni  di ieri, di oggi e di domani, un’occhiata al triste svolgimento del congresso del Pd del Lazio, impiccato a primarie per eleggere il prossimo segretario regionale che non hanno alcun senso. Il capo dei democratici della Louisiana se lo scelgono i democratici della Louisiana, senza fare le primarie. Quando poi c’è da scegliere il candidato governatore, allora sì che le primarie hanno un senso e vengono celebrate. Perché le primarie hanno senso solo per scegliere i candidati alle cariche monocratiche istituzionali. Almeno negli Stati Uniti, dove le primarie le hanno inventate. Il resto sono fesserie, a meno di voler pensare di essere più bravi di chi fa le primarie da cent’anni.

A maggior ragione è inaccettabile la demagogia e il populismo che ispirano una proposte tendenti a delegare esclusivamente ai territori la scelta dei parlamentari e, dunque, dei massimi dirigenti politici. Se un partito è un partito “nazionale”, il corretto e profittevole rapporto tra il vertice e le articolazioni locali non va squilibrato né sull’uno né sull’altro termine. Il vertice di un partito nazionale ha il diritto-dovere di scegliere i dirigenti nazionali ad integrazione e sostituzione di se stesso. Così accade ovunque. Anche dove il maggioritario uninominale di collegio è regola: Ed Miliband, David Miliband, Ed Balls e Andy Brunham, i challengers dell’ultimo congresso del Labour, sono tutti parlamentari eletti in collegi tradizionalmente rossi. Così funziona nei partiti che funzionano. A meno di non voler creder di essere più in gamba non solo dei democratici americani, ma anche dei laburisti inglesi.

Qdrmagazine.it

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