Bonelli: “Clima? È colpa dell’uomo”

By Redazione

gennaio 16, 2012 politica

Dopo aver pubblicato la traduzione dell’articolo di Steven F. Hayward, e aver sentito il parere di Franco Battaglia e Carlo Stagnaro, oggi si conclude lo speciale sul Climategate con un’intervista ad Angelo Bonelli, presidente della Federazione dei Verdi.

Secondo gli estratti delle email riportati da Hayward, ciò che sembra emergere è che in alcuni casi la politica si è ‘nutrita’ della ‘favola’ del riscaldamento globale per seminare il panico, accaparrarsi voti, giustificare erogazioni di fondi. D’altra parte, il mondo della scienza si sarebbe ‘nutrito’ degli stessi fondi erogati per la ricerca, giustificandoli a suon di previsioni catastrofiche sul cambiamento climatico. Si può dire che sia il solito attacco dei negazionisti del riscaldamento globale oppure che Hayward abbia descritto il funzionamento di un’associazione per delinquere?

Hayward parla per l’appunto di estratti di email e si guarda bene dal citare l’inchiesta del panel guidato da sir Muir Russel che ha “assolto” gli scienziati dell’Università di East Anglia dal primo Climategate. Direi che la sincronicità del primo e del secondo Climategate rispetto agli appuntamenti delle Cop è quantomeno sospetta. Se si trattasse di un vero desiderio di chiarezza rispetto ai cambiamenti climatici, questi documenti non sarebbero dovuti uscire in perfetta sincronia con le Cop, ma quando disponibili. Questa dinamica sembrerebbe voler influenzare in una direzione precisa le decisioni delle Nazioni Unite che il settore delle energie fossili vede come il fumo negli occhi, anche in presenza del solo dibattito. Questo perché se si verificasse anche uno spostamento di pochi punti percentuali dal fossile alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica si modificherebbero equilibri economici e geopolitici cruciali. Per questo motivo tutto il carattere dell’articolo di Hayward non mi piace. Parlare poi di “associazione a delinquere” da parte di scienziati che studiano il clima e che possono indirizzare con le loro ricerche fondi infinitesimali rispetto a quelli del settore fossile mi sembra quanto meno fuori luogo. Inoltre vorrei fare una domanda agli scettici del clima. Pensate che si debbano mettere dentro a questa “associazione a delinquere” anche l’Ocse, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Iea) e l’Unione Europea, visto che negli ultimi anni questi soggetti hanno messo al centro delle loro analisi il riscaldamento globale?

Secondo la corrispondenza privata tra gli scienziati, esiste effettivamente una mancanza di consenso generale all’interno della comunità scientifica riguardo la minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici. In che misura la politica, ovvero chi prende le decisioni, tiene in considerazione questa differenza di vedute e in che misura ne è adeguatamente informata? In pratica, come si orienta il politico nel momento in cui è di fronte a due diverse ‘verità’ scientifiche?

Sgombriamo il campo dall’equivoco sulle due verità scientifiche. Il clima sta cambiando e dalle evidenze che arrivano dalla comunità scientifica l’origine di questo cambiamento è antropica. Il dibattito della stragrande maggioranza degli scienziati si muove in questo quadro. Del resto lo afferma tra le righe anche Hayward, in un piccolo passaggio quando parla dell’enfatizzazione della CO2 fatta da alcuni scienziati che hanno come “obiettivo quello di sopprimere i carburanti fossili escludendo […] la geoingegneria che potrebbe essere considerata se ci fosse un drastico cambiamento climatico”. È interessante questa frase di Hayward perché all’interno si legge la possibilità che ci sia il cambiamento climatico, lo prende in considerazione e suggerisce, guarda caso, soluzioni le cui tecnologie sono appannaggio delle grandi compagnie petrolifere. Insomma, Hayward sembra puntare sempre in un’unica direzione: quella di favorire l’economia fossile. Un’economia che al contrario di ciò che si pensa è fortemente incentivata, al punto che la Iea nel suo ultimo World Energy Outlook 2011, punta il dito contro i “sussidi che incoraggiano consumi superflui di combustibili fossili” e che “hanno superato i 400 miliardi” l’anno. Per quanto mi riguarda le decisioni politiche in materia devono essere prese in uno scenario complessivo che tenga conto di tutti i problemi. Quando parliamo d’energia non affrontiamo solo il problema del clima, ma anche quelli della “povertà” energetica della maggior parte della popolazione mondiale, dello sviluppo di nuove tecnologie energetiche – e quindi di nuova occupazione e nuovi mercati – e dell’esaurimento delle risorse che porteranno le fonti fossili a essere sempre più care, difficili da estrarre e inquinanti, come il caso degli scisti bituminosi canadesi, o, peggio, l’estrazione petrolifera in Artico. La politica deve trovare delle azioni di sintesi a tutte queste questioni sviluppando una visione a 360 gradi. Si tratta di una sfida senza precedenti di fronte alla quale tutti gli attori, partendo dalla politica, arrivando all’economia, passando per il comparto manifatturiero, si troveranno in un terreno inedito nel quale è necessario inventare nuove soluzioni.

Hayward fa particolare riferimento alla comunità scientifica di Regno Unito e Stati Uniti. Fino a che punto il meccanismo perverso che descrive è riscontrabile all’interno della comunità scientifica italiana?

Premesso che è stata dimostrata l’inesistenza di “meccanismi perversi” anche tra gli scienziati del Regno Unito e Stati Uniti, il problema della comunità scientifica italiana di fronte ai cambiamenti climatici è la mancanza di risorse in settori come quelli della climatologia e della meteorologia, essenziali per un Paese come il nostro che ha un territorio vulnerabile.

L’ultimo summit sudafricano non ha fatto grande notizia. Leggendo i quotidiani apprendevamo semplicemente che non si stava producendo nulla di concreto. Forse è banale chiedere di chi è la colpa ma…lei che idea si è fatto? Come mai non ci si smuove? È solo per via della fame di energia (tanta e subito) delle grandi potenze emergenti?

Durban è l’ennesimo rinvio di un accordo vincolante sulle emissioni voluto da un’alleanza tra i Paesi emergenti e grandi potenze, come gli Usa, per posticipare una vera limitazione delle emissioni. Dall’altra parte si sono schierati i Paesi emergenti più vulnerabili e l’Europa, che chiedono un accordo vincolante. Il punto di “accordo”, se così si può chiamare, è stata la decisione di aprire un tavolo programmatico per studiare la soluzione giuridica più idonea al coinvolgimento di tutti i Paesi. Soluzione che, se sarà trovata, sarà attiva dal 2020, mentre nel frattempo “si chiuderà la finestra” (sono parole della Iea), per contenere l’aumento di temperatura sotto i2 °C, limite che molti climatologi giudicano già molto problematico. A Durban, quindi, abbiamo visto una saldatura tra le grandi potenze, emergenti e non, in difesa dello “status quo” fossile per il prossimo decennio. È stata messa la parola fine al Protocollo di Kyoto, in nome di un’apertura ipotetica in futuro.

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