Sanzioni boomerang

By Redazione

gennaio 15, 2012 politica

«Dobbiamo incoraggiare un dialogo aperto e trasparente con l’Iran, ma se questo sarà impossibile l’Italia sarebbe disposta a partecipare a eventuali sanzioni supplementari imposte dall’Europa». L’ha detto il presidente del Consiglio, Mario Monti, in un’intervista rilasciata qualche giorno a Le Figaro. Al quotidiano francese il professore ha spiegato che «è possibile anche l’embargo petrolifero», a patto che si tratti di un provvedimento graduale che escluda i debiti che l’Iran ha contratto con l’Eni. Parole che riportano al centro del dibattito gli strettissimi rapporti commerciali tra Roma e Teheran. L’Iran, infatti, è il primo partner commerciale italiano del Medio Oriente. D’altro canto, l’Italia rappresenta per il mercato iraniano il primo partner sull’interscambio complessivo dell’area europea, e il secondo in termini di export, subito dopo la Germania.

L’ultimo documento consuntivo dell’Istituto per il Commercio Estero riporta che «nei primi otto mesi del 2011 le importazioni dell’Iran dall’Italia hanno registrato  una forte diminuzione rispetto allo  stesso periodo dell’anno precedente.  La forte flessione rilevata dal lato delle esportazioni italiane verso l’Iran – prosegue l’analisi – trova origine dall’inasprimento dell’ultimo pacchetto di sanzioni adottate dall’Ue che hanno pesantemente colpito gli approvvigionamenti di attrezzature, accessori e parti di ricambio destinati al settore energetico  e che hanno ulteriormente ristretto i canali bancari e finanziari percorribili dall’Europa». Ad ogni nuova sanzione, dunque, corrisponde un drastico calo dell’export italiano verso il paese. E nel “buco” lasciato dalle nostre esportazioni si inseriscono con sempre maggior successo la Turchia, le repubbliche ex sovietiche, persino l’Iraq. Ma soprattutto la Cina.

In Iran le aziende italiane sono leader nel settore della metalmeccanica (dal trasporto pesante alle macchine utensili), della moda e del design, della chimica-farmaceutica e dell’alimentare. Tutti settori che, nonostante la crisi, sono riusciti a registrare nell’ultimo anno aumenti nelle vendite dal 10% fino addirittura al 300%. Tra le aziende presenti più significative si annoverano Eni, Ansaldo Energia, Danieli, Edison International, Fata engineering, Saipem, Seli, e Tecnimont. Ma basta un inasprimento delle sanzioni per mandare all’aria uno dei mercati più promettenti per l’export nazionale. Sono proprio gli attriti politici a determinare i danno maggiori allo sviluppo del “made in Italy” nella regione. La domanda, dunque, sorge spontanea: chi danneggiano veramente le sanzioni internazionali? Il regime degli ayatollah, che su ogni minaccia di embargo da parte della comunità internazionale costruisce immense campagne per alimentare la propaganda interna, o piuttosto gli stati esportatori?

Ne abbiamo parlato con Antonio Avallone, responsabile dell’Istituto nazionale per il Commercio Esterno a Teheran, al quale abbiamo chiesto cosa potrebbe accadere in caso di nuove sanzioni.  «Quella delle sanzioni è una questione abbastanza antica, storicamente parlando. Ma già dalle precedenti sanzioni decise dall’Unione europea si sono visti risultati negativi, sostanzialmente identificabili nella forte perdita di export sui beni strumentali, da sempre punto di forza dell’offerta italiana su questo mercato». Come dobbiamo leggere i numeri del calo? «Sono dati preoccupanti. Perché, malgrado i problemi, l’Iran rimane un mercato interessante per nostre piccole-medie imprese, e per le associazioni di categoria. Quello iraniano è un mercato di produzione al quale vendiamo macchinari e attrezzature fondamentali all’industria iraniana». 

Quali potrebbero essere le conseguenze di nuove sanzioni? «La stretta è prevista soprattutto per quanto riguarda il canale bancario. Si parla infatti di mettere nella “blacklist” la Banca Centrale Iraniana. Farlo significherebbe chiudere tutti pagamenti diretti in Iran, e chiudere di conseguenza mercato importante. Un inasprimento delle sanzioni complicherebbe moltissimo la situazione delle pmi italiane». Senza contare i problemi di approvvigionamento petrolifero. «Esattamente. L’export di petrolio rappresenta l’80% delle esportazioni iraniane verso l’Italia, con quasi 4 miliardi di euro di greggio l’anno. In più si parla di petrolio pesante, il più adatto alle nostre raffinerie, così come quello libico. Un’eventuale chiusura degli approvvigionamenti iraniani non sarebbe così facile da rimpiazzare con altri prodotti».

Oltre a rappresentare già una certezza per le imprese italiane che operano sul quel mercato, l’Iran può garantire anche prospettive di ulteriore sviluppo? «Assolutamente. È un paese che ha i numeri, un paese di produzione. Malgrado le sanzioni abbiano certamente complicato l’aspetto commerciale, l’Iran intrattiene con l’Italia un livello di interscambio vicino a quello dell’Arabia Saudita, il nostro secondo partner commerciale nell’area mediorientale. E’ un paese che si sta riposizionando molto fortemente con mercati importanti: Iraq, Turchia, Rep. Ex Sovietiche, e soprattutto Cina. Pechino rappresenta per Teheran il primo partner in assoluto. La politica cinese di acquisto delle materie prime in cambio dell’offerta di collaborazione e vendita di prodotti finiti ha aumentato interscambio fino a 40 miliardi di euro». Tutto questo mentre l’interscambio potenzialmente ghiottissimo tra Italia e Iran stenta a raggiungere i 5 miliardi annui, dei quali più di tre quarti sono rappresentati ormai dalle nostre importazioni di greggio. 

Ed ora la scelta tra le alternative sul piatto della bilancia è tutt’altro che semplice: perseverare sulla via delle sanzioni allo “stato canaglia” iraniano, azzoppando l’export nazionale nel bel mezzo di una crisi, oppure abbozzare davanti alla voglia di atomica di Teheran, salvando però il made in Italy in Medio Oriente?

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