Siria: i video della repressione

By Redazione

gennaio 13, 2012 Esteri

La rivolta in atto da undici mesi nel Paese non pare disturbare il sonno del presidente Bashar al Assad, anche se la morte pochi giorni fa del primo giornalista occidentale – il francese Gilles Jacquier – deve avergli creato non poco imbarazzo. Ma neanche la morte del reporter sembra aver svegliato dal lungo torpore il fronte occidentale. Per il momento tutto tace o quasi. Gli Usa sono impegnati sul fronte iraniano che da del filo da torcere, mentre l’Unione Europea si limita a definire il governo di Assad “fuori controllo”. Le deboli minacce di possibili sanzioni ai danni dell’economia siriana non sembrano aver sortito effetti. Assad va avanti sulla strada della feroce repressione di attivisti e oppositori del regime. Dall’inizio delle rivolte ad oggi si contano più di 5000 vittime. Un massacro silenzioso che non riesce a fare presa sull’opinione pubblica in generale. I media internazionali, comprese le grandi agenzie di stampa, si sono limitate in questi lunghi undici mesi di passione a fornire il bollettino di guerra quotidiano e stilare il numero delle vittime di Assad. E se la comunità internazionale stenta a reagire, non va meglio per l’operazione di controllo e monitoraggio svolto in Siria da osservatori della Lega Araba, fallita miseramente.

In origine, a fare la differenza in questo clima di apparente distacco dalla realtà dei fatti ci hanno pensato le piattaforme di condivisione globale. Attraverso i canali dei social network sono passate le principali informazioni e le immagini spesso cruente di quanto accadeva al di là del Mediterraneo. Ma anche in questo frangente, sono nati parecchi problemi. I video e le notizie si sono moltiplicati a dismisura e spesso le informazioni si sono rivelate false o infondate. Tutto questo, paradossalmente sembra aver rafforzato la posizione del regime che bollava gli oppositori come “infami e nemici infidi”. Eppure in tutto questo caos mediatico, numerosi blogger e attivisti hanno continuato la loro opera di trasmissione di materiale audio e visivo. Qui proponiamo una serie di video amatoriali, alcuni dei quali piuttosto cruenti, che mostrano il vero volto del regime di Assad. Il primo risale al 15 dicembre scorso, registrato a Deraa e mostra un bambino colpito alla gamba da un proiettile sparato da un cecchino.

Il secondo invece mostra alcuni mercenari che si divertono a sparare su tre ostaggi, usati come bersaglio. In sottofondo le voci concitate dei soldati che alzano i loro fucili in segno di vittoria per l’esecuzione appena compiuta.

Il terzo video ancora più cruento mostra la triste fine di un manifestante, ucciso mentre protestava per le strade della capitale durante il Ramadan. Quel giorno i civili massacrati dal braccio armato di Assad furono in tutto 24. La macchina della repressione siriana sembra non volersi arrestare. E le uccisioni sistematiche di civili e oppositori si consumano quotidianamente per le strade delle principali città, da Homs a Damasco passando per Dera’a. “Ora il regime non si preoccupa più di nascondere gli omicidi di oppositori. La situazione si aggrava con il passare dei giorni e rischia di diventare sempre più esplosiva”. A parlare è Aya Homsi, blogger italo-siriana e fondatrice del gruppo facebook “Vogliamo la Siria Libera”. “I miliziani di Assad – spiega Aya – ora cominciano a mostrare una certa dose di insofferenza e un certo nervosismo. Molto spesso sparano a caso, uccidendo civili che nulla hanno a che fare con i movimenti di opposizione al regime”. “Grazie al sostegno e all’aiuto dei blogger siriani – conclude l’attivista –  noi ci limitiamo a dare visibilità a testimonianze, video e notizie”.

Eppure il mastino siriano non sembra intenzionato a mollare la presa e si lancia in una controffensiva mediatica. Assad compare in pubblico dopo sei mesi di totale silenzio, promette “riforme” necessarie per garantire stabilità al paese e promuove “la lotta al terrorismo” su scala nazionale. Una mossa “strategica” e necessaria per rinvigorire la sua immagine e raccogliere consensi tra i suoi sostenitori. Lo fa in maniera magistrale, curando ogni singolo particolare dell’apparizione sul palco della piazza centrale di Damasco. È la seconda volta a distanza di due giorni che il presidente appare sulla tv di stato, la quarta dall’inizio delle proteste popolari. Il volto fresco e ben rasato, l’abbigliamento e gli accostamenti scelti con molta cura sembrano volergli rendere giustizia a favor di telecamere. Ad accoglierlo una folla festante. Le gigantografie del presidente dominano la piazza e le bandiere sventolano ad ogni sua parola. In prima fila una folta schiera di giovani armati di smartphone – che Assad ha vietato – si spintonano pur di immortalare un suo cenno. Sembra di assistere ad un concerto rock dove tutti ballano, cantano ed esultano ad ogni suo sospiro e ad ogni sua pausa. A supportare il presidente e confusa tra la folla anche la first lady Asma e due dei loro tre figli. La presenza della bionda e bella moglie di Assad in piazza – definita a lungo dai media occidentali la “rosa nel deserto” – rappresenta senza dubbio la ciliegina sulla torta per risanare l’immagine pubblica del presidente, anche marito e padre. La coreografia sembra perfetta, “it’s the regime, stupid!” verrebbe da esclamare.

La situazione siriana è complessa. Dietro l’escalation di violenze si celano mire espansionistiche ed equilibri geopolitici che rischiano di essere infranti. La Siria, per la sua posizione geografica, ben s’inquadra nel grande puzzle del Medio Oriente e dell’Asia centrale. Nonostante non sia fornita di “oro nero”, la Siria gioca comunque un ruolo preponderante sullo scacchiere geopolitico globale. Quindi sembra più una questione politica e di sicurezza internazionale a intimidire Usa e Ue dall’intervenire in modo più aggressivo. La Siria ha rapporti privilegiati con l’Iran di Ahmadinejad, con Hamas sulla Striscia di Gaza e con Hezbollah in Libano. Proprio questo legame intimidisce gli Usa e Israele. Ma lo strapotere di Assad non deriva solo da questi rapporti privilegiati con Iran e Libano, ma anche dal sostegno del suo braccio armato. Nonostante le defezioni di miliziani passati sul fronte opposto, le forze armate siriane in questi mesi hanno rafforzato un ruolo strategico nel gioco delle parti, soprattutto nella repressione.

La guerra “economica” scatenata da Lega Araba, Usa e Israele con le sanzioni, non sembra scalfire il regime. Assad cadrà nei prossimi mesi? Da mesi si vocifera che il presidente non ha scampo e il suo potere quarantennale presto si dissolverà nel nulla. Ma è una mera utopia, almeno per ora. 

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