Tobin Hood non ruba ai ricchi

By Redazione

gennaio 11, 2012 politica

Nel 1972 James Tobin proponeva una tassa che prevedeva di colpire le transazioni dei mercati valutari avendo come fine, da un lato, la loro stabilizzazione e, dall’altro, quello di procurare entrate da destinare alla comunità internazionale. L’obiettivo primario era, in ogni caso, la penalizzazione delle speculazioni valutarie a breve termine. Per chi non se lo ricorda nel 1972 falliva un colpo di Stato in Italia, avveniva il primo sequestro operato dalle Brigate Rosse, si andava a piedi la domenica per colpa dell’austerity ed il debito pubblico eguagliava il PIL. L’inflazione era a due cifre (intorno al 16%) e la recessione durissima, tanto da portare il costo del danaro fino al 30%. La situazione internazionale vedeva il disgelo nelle tensioni tra gli USA di Nixon e la Cina, prima, e con l’Unione Sovietica di Breznev subito dopo. Insomma, altri tempi, altre epoche, ma la percezione di quel buio della società non era poi tanto diversa da oggi. E ci si domanda, adesso, chissà perché ritirare fuori l’idea di Tobin all’alba di una nuova recessione meno devastante di quella di tanti anni fa? Che sia una questione scaramantica? E sì, perché ogni operatore sui mercati finanziari che si rispetti conosce bene l’inutilità o, peggio, la malvagità di una simile gabella, per cui il riproporla non può essere che un feroce scherzo in un appena accennato Carnevale di tristezza.

L’idea di Tobin, in sé, non è cattiva, anzi, teoricamente potrebbe anche funzionare. È sicuramente evidente l’intento: un’equità al ribasso unitamente al tentativo di frenare le operazioni speculative. Ma non si capisce perché questi nobili intenti dovrebbero essere pagati anche da chi la speculazione non la pratica, dal ceto medio, dal piccolo investitore, dalla gente comune, e non, invece, dalla sola finanza bacata che, al contrario (udite, udite) ci guadagna!

Per capire meglio è bene precisare che in ogni piazza finanziaria gli scambi avvengono attraverso sistemi che controllano le attività. Si conosce chi propone una vendita o un acquisto e chi, come controparte, accetta di comprare o vendere. Si sa quanto e cosa venga scambiato e si ha nozione esatta dei costi e dei volumi messi in gioco. La Tobin tax impone un’aliquota molto bassa su ogni scambio. In pratica e come se lo Stato assumesse le vesti di un broker: indipendentemente dal fatto che si guadagni o si perda, ogni operazione paga un prezzo. Solo che il broker genera un servizio, essendo in grado di far incontrare domanda ed offerta, lo Stato, invece, acquisisce di diritto un pezzettino di transazione per il solo fatto che essa viene eseguita.

Per l’uomo della strada può sembrare che ad acquisire vantaggi sia la collettività, ma non è esattamente così. La Tobin tax, forse inconsapevolmente o forse volutamente, favorisce i soliti noti: i responsabili delle grandi manovre speculative. Solo che nessuno ha il coraggio di dirlo.

Incredibile, vero? Una mite ed equa tassa destinata al ricco ed avido mondo della finanza finisce, di fatto, per favorire gli operatori più ricchi e più avidi dello stesso mondo verso cui, chi prone questa tassa, vorrebbe far credere di scagliarsi. Sembra un’idea veramente diabolica: far credere di essere amici del popolo, del ceto produttivo, dell’equità, della giustizia sociale, della crescita e, invece, rivelarsi nella realtà un autentico Dracula affabulatore capace di giocare sulla pelle di creduloni.

Infatti, chi opera in borsa è sempre alla ricerca di un broker che riduca i costi di transazione. A volte quei costi soffocano il trader, essendo in grado di ridurre a zero ogni guadagno. È naturale, pertanto, che l’offerta per il brokeraggio sia in continua evoluzione. Come è naturale, per un operatore, cercare di limitare quei costi il più possibile. Ed allora, agli intermediatori ufficiali, normati e prezzati dal mercato e dalle regole nazionali e sovranazionali, si affiancano le cosiddette dark pool, ovvero ambienti destinati ad operatori istituzionali, broker, investitori qualificati (cioè in grado di movimentare ingenti capitali) dove le transazioni avvengono a costi notevolmente inferiori rispetto a quanto non praticato in un mercato regolamentato e, per giunta, in maniera molto più discreta ed anonima (alla faccia dell’efficient-market hypothesis insegnato in tutti i corsi di economia).

Nemmeno a farlo apposta le dark pool più cospicue sono quelle gestite dalle principali banche di affari che nei mesi scorsi in molti hanno additato come causa della speculazione sui debiti sovrani di alcuni Paesi europei (una tra tutte Sigma-X di Goldman Sachs).

In buona sostanza, se la Tobin tax dovesse passare le banche d’affari ringrazierebbero ed il loro 5% delle transazioni europee oggi gestito probabilmente triplicherebbe, cosi come aumenterebbe a dismisura la loro capacità di speculare aggirando ogni norma con tanta fatica messa in piedi dalla Commissione Europea. Stiamone certi: l’aumento delle loro capacità speculative andrebbe certamente di pari passo con l’aumento della capacità di pressione sui singoli Stati.

Per avere un’idea del giro di affari verso cui la Tobin tax si abbatterebbe basta dare un’occhiata alla tabella di sotto, dalla cui analisi si comprende il perché del rifiuto del Regno Unito a tale ipotesi: probabilmente spaventa non solo la fuga dei capitali dalla ricca borsa londinese, ma il passaggio definitivo del testimone della speculazione a entità fuori da ogni controllo.

Ora, è ben noto che le banche d’affari siano gli ‘azionisti di riferimento’ di alcuni governi, come, per esempio, quello attuale italiano e se la Tobin tax dovesse passare ciò costituirebbe un’ennesima conferma del vincolo tra governo in carica e poteri forti che saldamente tengono in pugno l’economia dell’Europa (fornendo, in questo modo per via implicita, anche una risposta alla domanda posta da Magdi Cristiano Allam nel suo articolo del 19 dicembre scorso su Il Giornale.

Si era detto che alcuni ministri erano in odore di conflitto di interessi e, in effetti, non dovrebbe essere molto arduo per nessuno capire che l’introduzione della Tobin tax configura i conflitti dei precedenti governi come marachelle. Solo che in questo caso si aggiunge l’insopportabile esperienza della beffa: strombazzare la necessità di un ‘salasso letale’ per un’improbabile salvezza e dignità della Nazione, anzi, della zona-euro intera, salvo poi sfregarsi le mani aspettando lo spostamento di capitali da mercati regolamentati a strutture private e non controllate che movimentano PIL di interi Stati con assoluta spregiudicatezza.

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