Operazione Loden

By Redazione

gennaio 11, 2012 politica

Gli Anonymous italiani ripartono all’attacco. Obiettivo: il sito web istituzionale di Palazzo Chigi, www.governo.it. Lo stesso già “martellato” assieme ad una mezza dozzina di altri siti web governativi ai tempi della famigerata delibera Agcom che avrebbe dovuto imprimere una stretta radicale alla libertà di movimento dei blogger nella rete.

Sarà un attacco Ddos, “Distributed denial of service”: in poche parole, i computer degli Anonymous genereranno contemporaneamente centinaia di migliaia di false richieste di accesso al sito web preso di mira, fino a che questo non sarà più in grado di rispondere a tutte e quindi collasserà diventando irraggiungibile. Si tratta di un sistema molto utilizzato, e relativamente facile da mettere in atto. Anche se esistono programmi in grado di generare false richieste a bizzeffe a partire da pochi terminali, è attraverso il coinvolgimento di un gran numero di utenti che il “colpo” riesce più facilmente. Per questo, talvolta, lo “zoccolo duro” di Anonymous molto spesso recluta simpatizzanti alla bisogna, molto spesso ragazzini in cerca di emozioni forti e, soprattutto, dell’occasione di mettersi in mostra agli occhi dei cyberattivisti più blasonati.

Stavolta il motivo per cui i cyberattivisti intendono dare a loro modo il benvenuto a Mario Monti sono le spese nel comparto difesa. Spese che, accusano gli hacktivist italiani, il Governo si ostinerebbe a non tagliare nonostante la crisi, a scapito di istruzione, sanità e altri servizi primari.  Il movente, dunque, veleggia sull’onda della querelle per l’acquisto multimiliardario dei nuovi cacciabombardieri F-35 da parte delle forze armate nazionali. O almeno è quanto spiegano gli stessi Anonymous nel manifesto che hanno diffuso ieri su Facebook. L’annunciato attacco, pianificato per giorni in una chat IRC protetta, e reso noto proprio ieri, si inserisce nell’ambito della campagna denominata “Operation Payback”, ovvero “resa dei conti”, lanciata da Anonymous come risposta alle censure piovute in testa a Wikileaks e declinata poi nazione per nazione contro questo o quel tentativo di ostruzionismo informatico.

In realtà, le proteste per gli investimenti bellici italiani sono poco più che un semplice pretesto. Il vero motivo che spinge gli Anonymous italiani a scegliere il “bersaglio grande”, facendolo per giunta sapere con largo anticipo, è un altro: quello di mostrare di essere ancora in grado di colpire chiunque e in qualunque momento, anche concedendo all’avversario il vantaggio del preavviso. O per lo meno provare a vedere se questo è effettivamente ancora possibile. Già, perché gli Anonymous cercano soprattutto di contarsi, di capire se la community è davvero ancora in grado di azioni eclatanti, di mobilitare i grandi numeri che solitamente servono per mettere a segno gli attacchi, e di farsi conoscere tra l’opinione pubblica. Così, dopo l’attacco a Bankitalia dello scorso 23 ottobre, fallito a causa di una fuga di notizie, ora il movimento ci riprova. E stavolta non può proprio permettersi di toppare. Ne va del buon nome dell’hacktivism “made in Italy”.

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