L’uomo chiamato Maglionne

By Redazione

gennaio 11, 2012 politica

Tra qualche giorno aprirà i battenti il North American International Auto Show(Naias), la più importante rassegna dedicata alle auto che si svolge annualmente al Cobo Center di Detroit, storica sede di General Motors, Ford e Chrysler. Il mercato delle auto è in una profonda crisi e l’occasione è ghiotta per la stampa economica per carpire quali sono gli indirizzi che i grandi gruppi automobilistici decideranno di prendere nel prossimo futuro. Annoverato tra i grandi gruppi  vi è quello che lega indissolubilmente Fiat e Chrysler,  alla cui guida vi l’italo canadese Sergio Marchionne, l’uomo dal maglioncino di cachemire blu.

Stando a sua autorevolezza Wikipedia, questi “è Amministratore Delegato di FIAT S.p.A.; Presidente e Amministratore Delegato di Chrysler Group LLC; Presidente di FIAT Industrial S.p.A. e di CNH; è stato eletto Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’ACEA (European Automobile Manufacturers Association) per l’anno 2012; fa parte del Consiglio di Amministrazione di Philip Morris International Inc.; è membro del Consiglio di Amministrazione del Peterson Institute for International Economics e co-presidente del Consiglio per le Relazioni tra Italia e Stati Uniti; è membro permanente della Fondazione Giovanni Agnelli.”  Un presente di tutto rispetto, insomma, che lontano dal Belpaese viene sintetizzato con parole lusinghiere – “L’uomo che ha salvato l’industria dell’auto” titolava a dicembre il settimanale Time-che non lasciano il campo al pontificare dei consulenti d’immagine.

Marchionne davanti alla stampa ha recentemente recitato il mea culpa per il flop delle vendite della 500 oltreoceano, si è sbilanciato sul futuro del gruppo facendo cenno alla ricerca di un terzo partner che rafforzi il progetto (si mormora siano i francesi di Psa Peugeot-Citroën) e ha poi detto la sua sui temi di stretta attualità come il mercato del lavoro e gli investimenti esteri in Italia. Eppure la corrispondenza da Detroit sembra sia stata febbrile solo nel sottolineare come il solerte Marchionne si sia presentato alla conferenza stampa vestito del suo inseparabile maglioncino di cachemire blu, di un’insolita barba incolta di qualche settimana e una sciarpa a bardargli il collo, come un radical-chic qualsiasi.

Rimane nella storia il giorno del suo insediamento al vertice del Lingotto. Qualcuno lo conosceva di nome, pochi di fatto, così quando arrivò il fatidico giorno della conferenza stampa di presentazione del nuovo corso manageriale l’attesa era spasmodica.  Spostata la tenda delle quinte, fece il suo ingresso nella sala un uomo vestito in camicia e maglioncino di cachemire, rigorosamente blu aziendale. All’inizio nessuno se lo filò. Molti pensavano fosse un imbucato. Quando prese la parola tutti rimasero allibiti non per ciò che disse, ma per l’ardire di non essersi presentato in giacca e cravatta ad una occasione così formale. Solo qualche giornalista prese nota dei progetti presentati, il resto della combriccola degli inviati badò più al filato che alle parole. Il giorno dopo su alcuni giornali l’articolo escì nelle pagine economiche, ma, nella maggioranza dei casi, tra le pagine del costume. 

L’abito è importante, si dirà, perfino nella elitaria cerchia dei gentiluomini aristocratici. Obiezione veritiera dato che in alcuni circoli, preclusi alle donne e alle loro civetterie, è offensivo presentarsi in manica di camicia o tanto più sprovvisti di cravatta. Valga ad esempio per tutti quello che successe una volta a Indro Montanelli, costretto a pranzare seduto a un tavolino all’angolo, con gli occhi rivolti al muro e le spalle alla sala, la cui sola colpa era quella di essersi presentato senza cravatta non ricordiamo in quale circolo d’elite. Gli fu concesso di sedersi, ma con precisa raccomandazione di non girarsi per non causare irritazione agli altri gentiluomini.  

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