La montagna e il topolino

By Redazione

gennaio 11, 2012 politica

La montagna ha partorito il topolino. La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili entrambi i quesiti referendari in materia elettorale promossi dall’inedito asse Di Pietro-Parisi, con il sostegno di Nichi Vendola e Romano Prodi. Un giorno e mezzo di camera di consiglio per decidere la sorte del referendum appoggiato da 1 milione e 200mila firme, espressione di un diffuso malcontento popolare nei confronti di una legge elettorale definita, per ammissione de suo stesso autore, una “porcata”.

Che cosa chiedevano (il passato è d’obbligo) i due quesiti respinti? Il primo era totalmente abrogativo della legge elettorale vigente (270/2005, il Porcellum per l’appunto). Il secondo invece riguardava alcune disposizioni di essa, che hanno sostituito, abrogato o modificato la legge elettorale vigente in precedenza (il Mattarellum, maggioritario per tre quarti e proporzionale per un quarto). Nella sostanza, entrambi i quesiti puntavano all’abrogazione della legge elettorale vigente, presupponendo – a torto – che all’abrogazione sarebbe seguita la reviviscenza della norma preesistente. In altre parole, muore il Porcellum – sostenevano i referendari – e resuscita il Mattarellum.Non ci voleva una palla di vetro, però, per capire che i referendari si illudevano (e illudevano). Un vuoto normativo in materia elettorale non è ammissibile, e la teoria della reviviscenza è già stata esplicitamente esclusa dalla giurisprudenza costituzionale. “Sarebbe come dire – nella sintesi efficace del costituzionalista Michele Ainis – che abrogando la Costituzione tornerebbe in vigore lo Statuto Albertino”. Sin dal 1978 la Corte Costituzionale, infatti, ha fissato come limite all’ammissibilità del referendum la categoria della legge costituzionalmente necessaria, obbligatoria o a contenuto costituzionalmente vincolato. In sostanza, la materia elettorale è roba così delicata per la sopravvivenza stessa di un sistema democratico che un eventuale vuoto normativo sarebbe costituzionalmente inaccettabile. Per evitare il vuoto la Corte avrebbe dovuto ammettere la reviviscenza della precedente legge elettorale, ma così facendo avrebbe contraddetto una solida giurisprudenza costruita in oltre trent’anni. Già con la sentenza n. 29 del 1987 la Corte ha affermato l’inammissibilità di referendum totalmente abrogativi di una legge elettorale per escludere il rischio di una paralisi democratica; più di recente, inoltre, ha esplicitamente escluso la reviviscenza della normativa preesistente a seguito di abrogazione referendaria (con la sentenza 28 del 2011) .

Insomma, la mannaia della Corte era ampiamente prevedibile, ma nulla è bastato a calmare la foga referendaria. Il trasporto dei lottatori anti-porcata ha sommerso tutto, l’horror Porcelliha preso il sopravvento sull’horror vacui.Eppure già lo scorso settembre il leader radicale Marco Pannella aveva osato insinuare, laicamente, qualche dubbio. Pannella, che dalla sua può vantare un glorioso passato referendario e certo non può essere tacciato di stucchevole riverenza verso la Consulta, aveva messo in guardia dalla demagogia spicciola del referendum anti-Porcellum. “Guardate che sarà il modo migliore per tenerci il Porcellum. Abrogare una legge elettorale non comporta la resurrezione di quella precedente”, monito inascoltato. Al posto di un referendum “manipolativo e di regime”, aveva aggiunto, serve una riforma vera della legge elettorale in senso maggioritario uninominale. Così, con la Lega per l’Uninominale, che Pannella presiede insieme ad Antonio Martino e a Fulco Lanchester, forse si potranno affrontare i nodi veri della questione e richiamare il Parlamento al suo dovere. Sempre che questa classe politica lo consenta, ché il rischio di questi tempi è che, a forza di inseguire la piazza, si demoliscano pezzo per pezzo le nostre istituzioni. 

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