Compagni, rifondiamoci!

By Redazione

gennaio 11, 2012 politica

E’ dura la vita lontano dal Parlamento. Lo è per i comuni mortali, che non possono contare su stipendio e benefits da capogiro, figurarsi per chi, solo qualche anno fa, sedeva ai banchi di Camera e Senato. Il bagno di umiltà, occorso a Rifondazione Comunista dopo la debacle elettorale del 2008 con Sinistra Arcobaleno, ha segnato in maniera indelebile la storia di un partito rimasto chiuso fuori dal Parlamento senza neanche un rappresentante. Impensabile nel 2006, quando Rc esprimeva la bellezza di 41 deputati e 27 senatori, tra cui il presidente della Camera (Bertinotti), un ministro (Ferrero), un vice (Sentinelli) e sei sottosegretari.

Altri tempi. Perché dopo l’addio di Vendola e la nuova alleanza col Pdci il presente di Rifondazione è un cammino lungo e tortuoso, quello di chi ha dovuto scrollarsi la polvere di dosso e ripartire dalle macerie. Persino i rubinetti dello Stato, dal 2011, hanno smesso di riempire la cassaforte del partito che, grazie alle elezioni del 2006, aveva ingurgitato complessivamente 34 milioni e 932mila euro a titolo di rimborso elettorale.

Nelle stanze di viale del Policlinico si sono rimboccati le maniche per mantenere i propri avamposti sulla scena politico-mediatica. Senza rappresentanti a Palazzo, ma con una struttura ben radicata sul territorio, il segretario Paolo Ferrero ha cominciato ad attaccare a testa bassa, puntando tutto sul referendum di giugno e su un’opposizione senza quartiere, prima contro il governo Berlusconi e ora nei confronti dell’esecutivo bocconiano. “Il governo Monti? E’ lotta di classe allo stato puro”, questo il messaggio di benvenuto in un’intervista concessa a Left.

L’ex competitor di Vendola, incolpato pure della cacciata di Sansonetti dal giornale di partito, ha più volte lamentato un oscuramento mediatico a cui ha posto rimedio con una serie di video su Youtube dal titolo “invisibile imperdibile”. Ben vengano i nuovi media e la conquista dei social network, ma la carta stampata, quella di Liberazione, è sempre stato il fiore all’occhiello del partito. Oggi, azzoppato dalla crisi economica e imbavagliato dal taglio dei finanziamenti pubblici, l’house organ ha interrotto la propria distribuzione ed è disponibile solo in versione pdf, scaricabile online, in attesa di tempi migliori. Tutto ciò mentre l’altro foglio comunista, Il Manifesto, titolava beffardo: “Rifondazione condanna a morte Liberazione”.

Nonostante le vicissitudini in tipografia, i comunicati al vetriolo di Ferrero continuano a bersagliare le agenzie. “L’Italia è un protettorato tedesco”, “altro che due ore, occorre uno sciopero generale a oltranza”, “adesso si chiami al governo lo zio di Bonanni”. Fin qui le parole. Poi il 7 gennaio Rifondazione s’è trovata in piazza a Reggio Emilia con Lega Nord e grillini per manifestare contro il premier Monti, recatosi alla cerimonia del tricolore. “Lo abbiamo contestato perché, in quanto a equità, il suo governo vale quello di Bossi e Berlusconi”.

La guerra continua. Ultima la presa di posizione di Ferrero che, poco dopo le dimissioni di Malinconico, ha chiesto la testa di un altro sottosegretario (Polillo, all’economia) direttamente dal suo sito internet. “E’ inaccettabile che Polillo definisca un “mezzo imbroglio” un referendum popolare (quello sull’acqua pubblica n.d.r.) al quale hanno partecipato milioni di elettori: chiediamo le sue dimissioni”. Per ora, sospese nel vuoto.

Il segretario comunista sta provando a far uscire il suo partito dall’angolo. Nel complesso gioco di alleanze, il Pd sembra aver sbarrato porte e finestre alla sinistra radicale che già in passato ha creato parecchi grattacapo alla defunta Unione. Dalle parti del Nazareno semmai sono disposti a confrontarsi con il Sel di Nichi Vendola, cugino “ricco” dei rifondaroli e vincitore indiscusso della partita interna tra gli ex compagni. Che oggi, con l’ausilio di falce e martello, cercano di galleggiare nel mare magnum della politica italiana.

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