La sindrome del Babau

By Redazione

gennaio 10, 2012 politica

“Befera ad portas”. Il direttore dell’Agenzia delle Entrate lo ha detto chiaro e tondo: la lotta all’evasione fiscale si fa con il terrore. «Bisogna mettere paura a chi evade il fisco», ha spiegato ieri mattina durante un’intervista a Maurizio Belpietro, direttore de Il Giornale, andata in onda su Canale5. Secondo Attilio Befera, Equitalia sarebbe persino troppo generosa con chi non ha i conti in regola. «In altri paesi c’è l’immediata confisca, si preleva direttamente, si incide direttamente sui redditi e sui beni. In Spagna c’è l’immediata confisca di tutto il contante e degli stipendi, in Germania e nel Regno Unito c’è la detenzione sostitutiva per chi non paga». Alla sua confortante disamina sull’efficacia della repressione quando si tratta di battere cassa a nome dello Stato sembrava mancare soltanto l’antica Roma, dove chi aveva debito con l’Erario poteva anche essere venduto come schiavo al di là del Tevere. In fondo anche questo è fare cassa, no?

E mentre Befera vanta le virtù della sua linea dura da prima pagina, fioccano i pacchi bomba e le lettere minatorie alle sedi di Equitalia, “colpevole” di essere il mittente delle cartelle salasso. Atti inqualificabili e impossibili da giustificare in ogni modo, certamente, ma tuttavia espressione di un malcontento pericoloso. Anche perché in Italia di tasse si muore. Lo raccontano le storie dei piccoli imprenditori che finiscono in pasto agli strozzini per far fronte alla pressione del fisco, dei pensionati che si tolgono la vita davanti ad una cartella esattoriale inusitata. Intanto i veri evasori se ne fregano delle retate, e vanno in vacanza là dove gli 007 di Befera non li troverebbero nemmeno se cominciassero a cercarli sul serio, a Sankt Moritz o a Montecarlo. Già, perché la morale dell’opera buffa di Cortina è che l’unica a pagare per davvero è stata una stagione turistica compromessa dal timore di vedersi fare le pulci per una borsa della spesa un po’ più gonfia del dovuto.

La storiella degli 11 miliardi di euro raccattati grazie al provvidenziale ravvedimento di ex evasori folgorati sulla via di Cortina D’Ampezzo, sciorinata ieri con orgoglio da Befera ad un interdetto Belpietro, è solo una parabola buona per un’agiografia esattoriale. E mentre le immagini delle Fiamme Gialle a caccia di scontrini nei paradisi turistici nazionali solleticano la pancia del Paese, i veri evasori fanno spallucce, trincerati dietro società di comodo e dichiarate nullatenenze.

Non c’è bisogno che nessuno salga in cattedra per insegnarci che evadere è sbagliato, e non solo perché lo dice il sottosegretario Antonio Catricalà. Servirebbe piuttosto qualcuno con l’onestà intellettuale di ammettere che, se il popolo muore di fame, dare la caccia ai kulaki non è la soluzione.  Così come non si rattoppano le tasche dello Stato portando al 45% la pressione fiscale se poi lo stesso Stato non fa nulla per chiudere i rubinetti degli sprechi. Non c’è quindi da stupirsi se una fetta sempre più consistente dell’opinione pubblica comincia ad avere in uggia un sistema che, invece di operare controlli incrociati tra le dichiarazioni dei redditi e il Pubblico registro automobilistico per scovare chi “ga el Suv” e, almeno in teoria, non potrebbe permetterselo, preferisce schierare intere compagnie della Guardia di Finanza ai tornelli dello skilift, alla cassa di una pellicceria o alla reception del Grand Hotel. Befera, invece, preferisce crogiolarsi nella sua sindrome del Babau, puntando il dito accusatore e ventilando sottilmente che il prossimo letto sotto il quale si nasconderà, il prossimo armadio dentro il quale si chiuderà in attesa che l’abat-jour sia spenta, potrebbe essere il nostro. E poi: buh! Paura, eh?

Ma nell’orgia di notorietà del momento, il numero uno delle Entrate sembra non rendersi conto di quanto precaria e rischiosa si faccia la sua posizione. Una posizione che, peraltro, si è ritagliato tutto da solo, un sensazionalismo dopo l’altro. Quando infatti la “Befera way” nella lotta all’evasione fiscale si rivelerà per quello che è, ovvero una caccia alle streghe buona solo per snocciolare qualche titolone sui giornali, ma incapace nei fatti di porre concretamente rimedio all’emorragia delle casse statali, qualcuno comincerà a domandarsi che cosa non ha funzionato in questo maccartismo da portafoglio. E il pulpito dal quale Attilio Befera lancia oggi con tanta sicumera i suoi anatemi da sceriffo di Nottingham si rivelerà allora quantomai traballante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *