Il quarterback di Dio

By Redazione

gennaio 10, 2012 Esteri

Un ragazzo che non avrebbe dovuto nemmeno nascere è oggi l’atleta più famoso degli Stati Uniti d’America e si sta giocando la possibilità di disputare il Superbowl con i Denver Broncos. Gli appassionati di football americano ci perdoneranno se qui, più che delle sue doti tecniche, parleremo in modo particolare della sua storia personale che avrebbe potuto benissimo essere tratta da uno di quei film di Hollywood in cui l’eroe, dopo tante difficoltà, riesce ad avere successo mantenendosi fedele ai valori in cui ha sempre creduto.

Tim Tebow nasce nel 1987 nelle Filippine da genitori americani che stavano prestando la loro opera come missionari cristiani nell’arcipelago asiatico. Durante la gravidanza, sua madre Pamela, a causa di un virus presente nell’acqua che aveva bevuto, contrasse una grave forma di infezione che la fece entrare in coma. Una volta ricoverata in ospedale i medici riuscirono a risvegliarla usando dei farmaci molto forti che continuò ad assumere fino a quando il virus non fu debellato. Dopo la sospensione della cura i medici le comunicarono però che gli antibiotici usati avevano causato un distacco della placenta, privando così il feto di ossigeno e nutrimento, e le consigliarono di interrompere la gravidanza dato che c’erano molte possibilità che il bambino nascesse già morto.

Pamela ricorda che la decisione di non dare ascolto ai medici le venne dalla sua fede: «Loro pensavano che dovessi abortire per salvare la mia vita nonostante fossi già al settimo mese di gravidanza. Eravamo molto afflitti, allora mio marito – che era un pastore battista – pregò il Signore  dicendogli che, se aveva voluto donarci un figlio, allora avrebbe dovuto darci la possibilità di farlo crescere». La famiglia Tebow decise così di recarsi nella città di Manila per ricevere cure migliori e nei successivi due mesi attese, pregando, di conoscere il destino di Tim e di sua madre.

Il 14 Agosto 1987 le loro preghiere furono ascoltate e Pamela dette alla luce suo figlio Timothy Richard Tebow che era tutto pelle e ossa. Solo oggi, svanita l’apprensione, sua madre può ricordare quei giorni con un sorriso: «Eravamo preoccupati perché era molto malnutrito ma con il tempo ha decisamente avuto modo di recuperare la sua forma fisica». Tim insieme alla sua famiglia tornò a vivere negli Stati Uniti all’età di tre anni e Pamela decise di occuparsi personalmente dell’istruzione dei suoi cinque figli perché, secondo le sue parole «a casa puoi permetterti di insegnare ai tuoi figli quello che conta veramente e che nelle scuole non avrebbero mai potuto apprendere».

Ogni estate tutti i Tebow avevano comunque l’occasione di riunirsi nelle Filippine dove Bob, il padre di Tim, era rimasto a lavorare a tempo pieno nella missione che oggi si avvale di un orfanotrofio che ospita più di 50 bambini. Pamela ha sempre avuto modo di sottolineare l’importanza di questi viaggi per la formazione dei suoi figli: «Questa esperienza ha avuto un notevole impatto. È servita a cambiare la prospettiva dei ragazzi, perché quando si cresce in America si pensa che quello sia tutto il mondo. Ma vedere scene di bambini che mangiano fra i bidoni della spazzatura è una cosa che incide profondamente nella tua vita».

La fede, la famiglia e l’umiltà imparata nelle Filippine sono stati una compagnia che ha continuato a rivestire un ruolo predominante nella vita di Tim anche una volta cresciuto tanto che, in un’intervista rilasciata quando era ancora al college, dichiarò che le cose importanti in una giornata erano soltanto quattro: «Dio, la famiglia, lo studio e il football, proprio in questo preciso ordine».

Tebow, non ha messo da parte questi valori anche una volta approdato al mondo del football professionistico; oltre che per la sua bravura infatti, si è fatto conoscere dal grande pubblico americano anche per l’usanza di scrivere sotto i suoi occhi riferimenti a versetti della Bibbia. Il suo “rito” di inginocchiarsi e pregare prima della partita ha inoltre portato alla coniazione del neologismo “tebowing” che, dato il suo successo, è arrivato ad essere riconosciuto ufficialmente come una parola della lingua inglese.

Memore dell’esperienza che ha vissuto nelle Filippine e grazie ai soldi arrivati dai suoi primi passi nel professionismo, ha creato una fondazione che porta il suo nome e che sostiene progetti di recupero per i bambini orfani o abbandonati in Tailandia e nelle Filippine, che ha come motto la Lettera di San Paolo ai Filippesi: «In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri. Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi».

Due anni fa Tim salì alla ribalta delle cronache monopolizzando il dibattito nei media non per le sue gesta sportive bensì perché durante il Super Bowl, grazie ai milioni di dollari messi a disposizione dall’associazione Focus on the Family, apparì in uno spot in cui, con la testimonianza della sua storia, sosteneva la causa pro-life insieme a sua madre. Questo fatto da una parte lo fece diventare il beniamino di chi si riconosceva da sempre in quei valori e dall’altro scatenò le ire dei progressisti pro-choice che cercarono di fare pressioni alla CBS per impedire in tutti i modi la messa in onda dello spot.

Oggi a far parlare sono invece le sue gesta sul campo dato che domenica scorsa, dopo delle gare giocate non al meglio che gli erano valse molte critiche, si è reso protagonista di una partita memorabile permettendo alla sua squadra di proseguire nel cammino dei play off. Contro i Pittsburgh Steelers Tebow con le sue giocate ha infatti consentito ai Denver Broncos di ottenere due touchdown, di realizzarne personalmente uno e di ottenere 316 yards su lancio. La curiosità legata a quest’ultima statistica è che il 316 è sempre stato un numero importante per la vita di Tebow visto che Giovanni 3,16 è uno dei passi della Bibbia che preferisce: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna».

Sabato prossimo alle 20 (ora locale) i Broncos saranno chiamati ad affrontare i New England Patriots. Sulla carta il team di Denver non ha molte chance, ma un nuovo miracolo (sportivo) potrebbe sempre accadere.

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