Il mostro della spesa pubblica

By Redazione

gennaio 9, 2012 politica

Dovrebbe ammontare a circa 5 miliardi di euro il – primo – taglio alla spesa pubblica corrente che il governo Monti si appresta a varare in questi giorni. Le indiscrezioni parlano di una ricognizione, sulla base della tanto attesa spending review, dei costi delle amministrazioni centrali dello Stato, con particolare attenzione ai ministeri – che pure con le quattro manovre varate dal precedente governo  in un anno avevano già visto ridursi parte del budget a loro disposizione. Nel mirino stavolta ci saranno soprattutto auto blu, gettoni di presenza e spese di rappresentanza. Qualche dato e un paio di avvertenze.

In base al documento stilato dall’attuale ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda nel 2010, la spesa delle amministrazioni pubbliche ha sfiorato il tetto degli 800 miliardi di euro: contrariamente a quanto ha sostenuto per anni Giulio Tremonti, la stragrande maggioranza delle spese non è dovuta al pagamento degli interessi sul debito, ma se ne va per prestazioni sociali, stipendi dei dipendenti pubblici e soprattutto acquisto di beni e servizi.

Nelle ultime settimane a riportare su la spesa per interessi, ci si è messo lo spread. L’aumento del differenziale di rendimento tra i Btp italiani e i bund tedeschi pesa, eccome, sulle casse dello Stato: la corsa dei tassi di interesse vale alcune decine di miliardi di euro. Di qui la necessità di una nuova manovra d’emergenza per correggere i conti pubblici e arrivare al pareggio di bilancio entro il 2013, come concordato con l’Unione europea. Il rapporto fra le due voci,  sempre stando al 2010, è di 720 miliardi per la spesa corrente mentre 77 corrispondono alla quota di spesa per interessi sul debito. Nel complesso le spese correnti costituiscono il 93,2% del totale della spesa pubblica. Il che significa che negli ultimi anni lo Stato non ha pressoché potuto fare nuovi investimenti: a quelli fissi vengono destinati circa 31,8 miliardi di euro su un totale di 53,8 miliardi complessivi. Questo spiega i cantieri fermi per la Tav, per il Ponte sullo Stretto e per tante altre opere pubbliche che ogni anno necessitano di ingenti risorse. 

Tuttavia quello che non torna è che, sempre in base al rapporto 2010 stilato da Piero Giarda, il trend della spesa pubblica è cresciuto dal 2000 al 2010 del 24,4%, al netto della spesa per gli interessi. 

Questo malgrado la riforma voluta da Tremonti che a partire dal 2008 ha “blindato” di fatto i conti pubblici, introducendo una manovra triennale varata con un decreto fatto di soli numeri, assieme a una riforma drastica della legge di bilancio, la ormai ex-Finanziaria, sostituita da una più scarna Legge di stabilità. Per chi volesse un’idea di quello che per decenni, specie negli anni “allegri” dei governi di pentapartito, fosse la vecchia Finanziaria può rileggersi un bell’articolo di Vittorio Macioce sul Giornale all’approvazione della prima Legge di stabilità targata Tremonti. Tuttavia le riforme messe in campo dal professore di Sondrio si sono rivelate non sufficienti a tamponare gli effetti devastanti della crisi finanziaria internazionale.

Ora, è forse quella delle spese di rappresentanza la voce del Bilancio dello Stato che il professore di Varese dovrà controllare di più. E, forse, di cui aveva sottovalutato l’impatto sull’opinione pubblica. Non solo per le abitudini di vita parche e “tedesche” – come ha sottolineato lui stesso nella conferenza stampa di fine anno – dell’uomo del Loden; al contrario perché per anni, le singole strutture dipendenti dai ministeri, le spa controllate o le varie agenzie/autorità di diritto pubblico sono proliferate a vantaggio dell’operatività o della semplice “grandeur” dei singoli ministri o sottosegretari. Magari se un ministero è senza portafogli e il ministro – di serie B – vuole fare un salto di qualità si appoggia all’agenzia governativa dove può spadroneggiare, nominare propri dirigenti, elargire favori,etc. Così è stato con i governi di centrodestra, lo stesso con quelli del centrosinistra.

Nelle prossime settimane a giudicare le mosse dei professori non saranno solo gli addetti ai lavori ma tutti gli italiani, reduci da una stangata di Natale che fra imposte sui consumi, addizionale Irpef e tariffe dei servizi ha portato il livello della pressione fiscale al record di oltre il 45% del Pil. Un accanimento senza precedenti. In occasione del consueto incontro di fine anno con la stampa, Stefano Feltri del Fatto Quotidiano ha ricordato a Monti come vengono condotte le strutture che fanno capo al suo ministero, quello dell’Economia e delle Finanze: segnatamente, l’Agenzia del Territorio – struttura alle dirette dipendenze del Dipartimento delle Finanze –  dai bilanci dell’ultimo anno spenderebbe per “rinfreschi, pranzi, convegni e mostre il doppio del costo delle bollette telefoniche delle sue cento sedi”. In particolare questa Agenzia – uguale per status a quelle del Demanio, delle Dogane e delle Entrate – avrebbe acquistato “30 uova di struzzo decorate per 3 mila e 240 euro dalla gioielleria “Peroso”. Il professor Monti – che ha imparato a usare l’arte dell’ironia a mezzo comunicato con la polemica per i tortelli consumati in famiglia a Palazzo Chigi – dovrà farci dimenticare tutte queste cose.  

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