Quegli spari a Tucson

By Redazione

gennaio 7, 2012 Esteri

Un anno fa a Tucson, in Arizona, la deputata del partito Democratico Gabrielle Giffords stava tenendo un comizio all’esterno di un centro commerciale quando un uomo, Jared Lee Loughner, iniziò a sparare uccidendo sei persone, fra cui una bambina di nove anni e un giudice federale. La Giffords venne colpita da un proiettile alla testa ma dopo alcuni giorni di coma riuscì a sopravvivere. Il primo agosto scorso ha fatto la sua prima apparizione pubblica tornando a svolgere il proprio lavoro al Congresso degli Stati Uniti.

Nelle ore e nei giorni immediatamente seguenti a questa tragedia furono le polemiche ad avere la meglio sia nei dibattiti televisivi che, in maniera più accesa, nella rete. Al centro delle discussioni vi erano infatti le reali motivazioni che avevano spinto l’attentatore Jared Lee Loughner a compiere quel gesto. Quello che ci si chiedeva era se le sue intenzioni fossero di carattere politico e che ruolo avessero avuto le dure accuse e le polemiche al vetriolo che dominavano da tempo la discussione politica.

In Italia testimone di quel clima fu Vittorio Zucconi che nel suo pezzo per Repubblica il giorno dopo l’attentato scrisse: «Nei dubbi, e nelle speranze, che ancora circondano la sorte di questa donna rieletta alla Camera dei Deputati appena tre mesi or sono dopo una furibonda battaglia elettorale contro uno dei più fanatici campioni del “partito del tè” più estremo che ha richiesto tre giorni di riconteggio per assegnarle il seggio per pochi voti, l’attentato sembra quasi una notizia attesa, un evento tragicamente prevedibile nel clima arroventato di odio che gli ultimi anni, e l’avvento del movimentismo degli ultrà della destra gonfi di rabbia, hanno generato».

In America i giornali più importanti nell’immediato preferirono lasciare spazio alla cronaca dell’evento e si astennero dal dare un giudizio. Fino a quando, una volta che le notizie sulla vita dell’attentatore iniziarono ad essere reperibili, tutti arrivarono a concordare con la tesi che la politica non fosse in alcun modo responsabile e che l’attentatore fosse semplicemente un malato di mente. Fra tutti il New York Times arrivò a molto chiaramente a dichiarare che: «è superficiale e sbagliato attribuire questo specifico atto di un matto direttamente ai repubblicani o ai membri dei Tea Party».

Anche il noto comico americano Jon Stewart (organizzatore fra le altre cose della manifestazione Restoring Sanity in diretta polemica con i Tea Party) espresse idee molto simili: «Viviamo in un complesso ecosistema di influenze e motivazioni, e non mi sentirei di dare la colpa al clima politico più di quanto la darei alla musica metal per la strage di Columbine. E badate, ve lo dice uno che odia profondamente il nostro clima politico: è velenoso, è controproducente. Ma dire che è stato il clima politico a provocare la strage o che la gente che crea il clima politico ne è responsabile, beh, io non penso che si possa fare».

La tragedia di Tucson fu comunque l’occasione per la società americana di fermarsi un attimo e riflettere su quanto fosse corretto continuare a considerare il proprio avversario politico come un nemico e su quanto un linguaggio violento e polemico fosse di aiuto a sostenere i valori in cui si crede; poi pian piano questa riflessione ha perso di intensità.

A un anno dalla tragedia sono previste numerose cerimonie di commemorazione. Una delle quali, proprio a Tucson, vedrà protagonista Gabrielle Giffords, che in una recente intervista ha dichiarato di essere pronta a candidarsi alle prossime elezioni solo se le condizioni di salute le permetteranno di svolgere appieno il proprio lavoro.

Anche gli altri sopravvissuti stanno facendo del loro meglio per ricominciare a vivere una vita normale e molti di loro hanno fondato delle associazioni no-profit per cercare di far nascere qualcosa di positivo dall’esperienza di quella tragedia.

Ron Barber ha creato il Fund for Civility, Respect and Understanding che ha lo scopo di combattere il bullismo nelle scuole e di sensibilizzare la società riguardo le forme di malattia mentale e cercare  così di prevenire in futuro altre tragedie come quella di Tucson. A Jared Lee Loughner era stato infatti diagnosticato un disordine di tipo bipolare, e segni di malattia mentale erano emersi già due anni prima della sparatoria.

Paul Simon, che a Tucson fu colpito al petto e al polso da due colpi di pistola, oggi fa visita alle scuole per spiegare ai ragazzi come sia riuscito a perdonare chi gli aveva sparato quando era ancora convalescente nel suo letto d’ospedale: «è un’esperienza sorprendente per me vedere come per quei ragazzi sia difficile capire come si possa riuscire a perdonare una persona che ti ha sparato. Io voglio testimoniare loro di quanto potente sia l’esperienza di non portare la rabbia e tutto quel peso sempre con sé».

L’importanza di non lasciar prevalere sentimenti di rabbia e vendetta è testimoniata anche dal racconto di Mavy Stoddard, che quel giorno a Tucson vide morire suo marito. Oggi presta servizio come volontaria nella chiesa insegnando catechismo e raccogliendo abiti per i bambini che vivono in famiglie meno abbienti. «Non hai molta scelta: o stai seduto a non fare nulla, che è una cosa miserabile, o ti alzi e ti dai da fare per ricostruirti una vita. È quello che sto cercando di fare e quello che mio marito si aspetterebbe da me». Inoltre, insieme ad altri sopravvissuti, la Stoddard ha fatto pressioni sul Congresso per ottenere l’approvazione di una legge che inasprisca i controlli su chi vuole comprare delle armi da fuoco in modo da evitare in futuro che un malato mentale o un tossicodipendente possa entrare in possesso tanto facilmente di una pistola.

Anche Suzy Hileman ha deciso di fondare un’associazione no-profit chiamata GRandparentsINresidence (GRIN) che cerca di finanziare progetti culturali nelle scuole. «Ho visto con i miei occhi che è meglio donare piuttosto che ricevere, donare mi aiuta a guarire e a distogliere lo sguardo da me stessa».

La storia di Suzy è forse una delle più tragiche di quel giorno dato che decise di recarsi al comizio della Giffords solo per farvi partecipare la figlia dei suoi vicini Christina-Taylor Green che, dopo essere stata ferita da un colpo di pistola al petto, morì fra le braccia della signora Hilleman. Christina, nonostante i soli nove anni, si era da sempre interessata al mondo della politica ed aveva qualcosa che la distingueva della gran parte dei suoi coetanei: era infatti nata l’11 settembre del 2001. Nel giorno più tragico della storia degli Stati Uniti contemporanei la famiglia di Christina aveva ricevuto questo dono di speranza e, insieme ad altre persone accomunate dalla stessa fortuna, aveva voluto testimoniarlo pubblicando un libro:  Faces of Hope, Babies Born on 9/11.

Il padre di Christina nei giorni immediatamente successivi alla sparatoria rilasciò un’intervista nella quale, ricordando il grande dono che aveva rappresentato la nascita di sua figlia e il profondo dolore che stavano vivendo in questo momento, ebbe modo di difendere il concetto di libertà rappresentato dalla società americana: «Quello che è accaduto avrebbe potuto succedere in questa nazione come altrove, in una società libera c’è sempre il rischio di andare incontro a persone come [Jared Lee Loughner]. Ma io preferisco questo all’alternativa». Oggi, insieme a sua moglie, ha creato il Christina-Taylor Green Memorial Foundation che elargisce aiuti finanziari ai bambini e alle scuole.

Ricordando le polemiche che nacquero dopo l’attentato, quella dell’8 gennaio sarà anche l’occasione per la società americana di interrogarsi nuovamente se e come il clima politico sia cambiato oppure no. Secondo un recente sondaggio l’85% degli americani ritiene che il confronto politico abbia dei toni incivili e quasi il 90% sostiene che uno dei fattori che influenzerà la scelta su chi votare alle prossime elezioni sarà il modo con cui i candidati tratteranno coloro che la pensano in modo diverso. Quello che emergere da queste analisi è la presenza in America di una completa mancanza di fiducia in tutto quello che propone la parte avversa alla propria, tendenza che si è andata sempre più diffondendo con il passare degli anni: «Se sei di sinistra e senti dire che il sole è giallo molto probabilmente non avrai niente da aggiungere. Ma se senti dire che il sole è giallo da Fox News allora ti sentirai subito in dovere di obbiettare che in alcuni casi è anche rosso».

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