Gli italiani e il Climategate / 2

By Redazione

gennaio 7, 2012 Esteri

Era il 1989 e usciva “Weekend con il Morto”. All’inizio del film i protagonisti, Larry e Richard, combattevano la calura estiva newyorkese standosene sull’incatramato tetto di un grattacielo con una mini piscina gonfiabile e una radiolina gialla a pile che gridava: “Caldo, caldo, caldo! La Grande Mela si sta trasformando in una grande mela cotta!” Già si parlava di riscaldamento globale, cambiamenti climatici, inquinamento, gas serra e via discorrendo. Come sappiamo, ancora se ne parla. Solo che la questione sta diventando più controversa di quanto non lo sia stata in passato.

Il riscaldamento globale ci ucciderà tutti. Anzi no, il riscaldamento globale è una bufala. I cambiamenti climatici sono tutta colpa dell’uomo, che sta portando il pianeta Terra alla rovina. Non è vero, sul pianeta Terra i cambiamenti climatici ci sono sempre stati, non è certo una novità. Chiacchiere da bar? Forse. Fatto sta che gli scienziati non sempre sono d’accordo sul modo in cui considerare il fenomeno del riscaldamento globale, le sue cause e le sue conseguenze.

Un recente articolo Steven F. Hayward su quello che viene definito Climategate II, la cui traduzione abbiamo pubblicato nei giorni scorsi, accende nuovamente i riflettori sulla questione delle connivenze tra politica e scienze e sulle verità nascoste che riguardano l’attuale stato di salute del nostro pianeta. 
(Clicca qui per leggere l’articolo di Hayward: prima parteseconda parteterza partequarta parte).

Dopo il contributo del climatologo Franco Battaglia, pubblichiamo l’intervista a Carlo Stagnaro. Ingegnere ambientale e del territorio, membro della Società Italiana di Fisica e direttore Energia e Ambiente dell’Istituto Bruno Leoni.

Secondo gli estratti delle email riportati da Hayward, ciò che sembra emergere è che in alcuni casi la politica si è ‘nutrita’ della ‘favola’ del riscaldamento globale per seminare il panico, accaparrarsi voti, giustificare erogazioni di fondi. D’altra parte, il mondo della scienza si sarebbe ‘nutrito’ degli stessi fondi erogati per la ricerca, giustificandoli a suon di previsioni catastrofiche sul cambiamento climatico. Si può dire che è il solito attacco dei negazionisti del riscaldamento globale; oppure si può dire che Hayward ha descritto il funzionamento di un’associazione per delinquere. 

Credo che il Climategate sia una dimostrazione lampante dei guasti che possono derivare dalla politicizzazione della scienza. Il punto, qui, non è di sostanza ma di metodo: le email pubblicate non ci dicono se il pianeta si stia riscaldando e perché. Ci dicono però che si è creato un pericoloso meccanismo collusivo tra alcuni interessi politici e commerciali e un gruppo di studiosi che, per varie ragioni, si è trovato a influenzare in modo eccessivo la visione che l’Ipcc (cioè un organismo tecnico-scientifico delle Nazioni Unite) forniva dei temi climatici, e che a sua volta influenzava le determinazioni dei governi. Come minimo, quello che emerge è che il lavoro dell’Ipcc non è “fair”, e questo è preoccupante se si pensa alla rilevanza delle politiche che sono state adottate, in Europa e altrove, nel nome proprio di questa visione dello “stato dell’arte” sul clima.

Se il meccanismo perverso disegnato da Hayward fosse effettivamente in atto, non si tratterebbe soltanto di un grave danno di immagine per la comunità scientifica e dell’ennesimo per il mondo della politica. Vorrebbe anche dire che ingenti somme di denaro pubblico vengono sprecate in misure e progetti che non hanno solide basi scientifiche e che quindi non portano benefici di alcun tipo per l’uomo. Vale anche per gli incentivi per le cosiddette ‘energie pulite’? 

Ancora una volta: se le mail si rivelassero effettivamente la prova di una “congiura”, non significherebbe automaticamente che le preoccupazioni per il clima siano del tutto prive di fondamento. Significherebbe però che il pubblico “laico” dei non specialisti, inclusi i decisori politici, è stato esposto a una rappresentazione del dibattito parziale, e che è stato indotto a prendere scelte magari giuste, ma comunque poco informate. Questo è preoccupante.

Secondo la corrispondenza privata tra gli scienziati, esiste effettivamente una mancanza di consenso generale all’interno della comunità scientifica riguardo la minaccia rappresentata dei cambiamenti climatici. In che misura la politica, ovvero chi prende le decisioni, tiene in considerazione questa differenza di vedute e in che misura ne è adeguatamente informata? In pratica, come si orienta il politico nel momento in cui è di fronte a due diverse ‘verità’ scientifiche? 

C’è un duplice problema. Primo: il mandato reale che la politica ha dato all’Ipcc (al di là delle “parole”) è quello di fornire una rappresentazione “equa” del dibattito scientifico, oppure quello di fornire giustificazioni scientifiche per decisioni politiche predeterminate? Secondo: l’Ipcc ha davvero fornito una rappresentazione scorretta del dibattito scientifico? Il Climategate probabilmente aiuta a rispondere alla seconda domanda, ma non alla prima. E quasi qualunque risposta è inquietante.

L’ultimo summit sudafricano non ha fatto grande notizia. Leggendo i quotidiani apprendevamo semplicemente che non si stava producendo nulla di concreto. Forse è banale chiedere di chi è la colpa ma…lei che idea si è fatto? Come mai non ci si smuove? È solo per via della fame di energia (tanta e subito) delle grandi potenze emergenti? 

La colpa, io credo, è dell’ostinazione nel continuare a proporre un modello che evidentemente non funziona, perché da 14 anni continua a ripetersi con l’organizzazione di vertici faraonici e inutili che tentano, senza successo, di chiudere accordi capestro tra decine di paesi. A mio avviso bisognerebbe abbandonare l’attitudine a definire “targets and timetables” vincolanti sulla riduzione delle emissioni, che è palesemente impossibile, e puntare a obiettivi più ragionevoli e di lungo termine, come la riduzione progressiva dell’intensità carbonica (cioè delle emissioni per unità di Pil) che dipende dal tasso di sviluppo tecnologico e dalla crescita economica. E quindi la questione di policy da affrontare non è come ridurre le emissioni nei prossimi 5 o 10 anni, ma come creare un framework pro-crescita e pro-innovazione per i prossimi decenni.

 

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