Ritorno al Mattarellum?

By Redazione

gennaio 6, 2012 politica

Dopo una settimana passata ad osservare come la discussione sul referendum si stesse spostando con decisione sul piano politico, dopo mesi di estenuanti argomentazioni in punta di sofisticati fioretti giuridici, ieri la sostanza normativa dei quesiti è tornata a farla da padrona. Anzitutto con l’immancabile intervista all’indomito Arturo Parisi, un evergreen del giornalismo pre-referendario. Appannaggio questa volta del Fatto quotidiano. L’esponente democratico ha tirato su un muro a difesa dell’alterità della decisione della Consulta da dinamiche politiche. Pur sapendo che, come sostiene il deputato Pdl Peppino Calderisi, a quei livelli il condizionamento passa “per un colpo di tosse”, il giapponese Parisi si è trincerato dietro la ridotta della dottrina. Ma è sceso sul terreno delle valutazioni politiche quando ha osservato che “solo un incosciente o un sabotatore delle nostre istituzioni può pensare alla bocciatura della domanda di oltre un milione di cittadini che appaia decisa solo per non disturbare i buoni rapporti tra i partiti”. Argomentazione fragile, così come poco comprensibile appare la critica al lavoro redazionale di Repubblica, “rea” di  aver “pubblicato nomi e fotografie dei giudici schierati a favore di una posizione o dell’altra, corredati di dichiarazioni virgolettate e indicazioni del numero di pagine delle memorie a sostegno”.

Una tabella, quella del quotidiano di Ezio Mauro, nella quale Liana Milella dava conto di come, al netto di quattro indecisi, il referendum parrebbe riscontrare il favore di sei giudici, contro i cinque che lo avverserebbero. E se la professoressa Marta Cartabia, data tra gli indecisi, dovesse seguire il parere dei colleghi Luca Antonini, Andrea Simoncini e Lorenza Violini, tra i firmatari dell’appello dei 111 studiosi pro-Mattarellum, il pronostico potrebbe essere ribaltato. Ad accomunare Cartabia con i firmatari, è la comune esperienza nel movimento di Comunione e Liberazione, nonché una sintonia di visione giuridica e istituzionale più volte testimoniata nei convegni che li hanno visti insieme relatori.

Un debole vento, quello che soffia sulle vele del Comitato promotore. Sostenuto ieri dalla secca presa di posizione della Consulta: “La Corte costituzionale smentisce categoricamente le fantasiose illazioni relative a presunte dichiarazioni attribuite dalla stampa a componenti della Corte in relazione alla prossima decisione riguardante l’ammissibilità dei quesiti referendari in materia elettorale”. Una smentita di prammatica, fatta a nuora perché suocera intenda. Nessuna pressione, sembrano dire gli alti magistrati, sia dalla stampa che dal mondo della politica. Anche se qualche osservatore smaliziato faceva osservare come fosse la smentita più lenta della storia, arrivata dopo giorni nei quali le ricostruzioni si sono susseguite. E comunque a più di ventiquattr’ore dall’uscita dell’articolo della Milella.

A rinfrancare i referendari, ci ha pensato anche Franco Frattini, tra i pochi esponenti di primo piano del Pdl a sostenere apertamente la bontà della soluzione referendaria, assumendo posizioni dal sapore parisiano: “Sarebbe grave se le forze politiche cercassero di influenzare la decisione che la Corte Costituzionale si appresta a prendere tra qualche giorno e che ha come obiettivo la legge elettorale ed i quesiti che chiedono l’abrogazione del cosiddetto “porcellum”, ha detto ieri l’ex ministro degli Esteri. Proseguendo nel dire che “sarebbe grave perché milioni di italiani hanno chiesto di apportare cambiamenti all’attuale legge. Quindi, nel rispetto di quella volontà popolare, 1,2 milioni di firme, dobbiamo lasciare che sia la Corte a decidere per l’ammissibilità o meno”.

Ovviamente Frattini ha dovuto precisare che non si scandalizzerebbe nel caso la Consulta dovesse respingere i quesiti, come è pienamente legittimata a fare. Ma apre un fronte di possibilisti al referendum anche nello zoccolo più “montiano” del Pdl, dopo che a sostenerlo, pur sempre con poca convinzione, finora erano state solo le minoranze che meno avevano digerito il governo tecnico.

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