Non gioco più

By Redazione

gennaio 6, 2012 politica

«Gli incontri separati rendono solo tutto più complicato e più lungo». Susanna Camusso insiste. E (su twitter) fa il gioco delle tre carte. Chi osserva in questi giorni le prove di dialogo fra un governo che ha preso impegni urgenti con l’Europa e gli italiani e un sindacato-lobby, la Cgil, quasi nostalgico dei cari vecchi anni ’70, ha sempre di che ricredersi. Giorni fa avevamo spiegato perché ci sia ben poco da contare sulle tre sigle confederali per riformare al meglio il mercato del lavoro, rendendolo più sostenibile, omogeneo ed equo specie per i giovani: dati alla mano, negli anni tutte e tre le grandi organizzazioni sindacali hanno accumulato un ritardo rispetto all’economia reale non trascurabile. In particolare con la gran massa di under 35 che grazie alla grande riforma della legge 30 del 2003 (la cosiddetta Biagi) hanno fatto il loro ingresso nel mondo del lavoro, con contratti a tempo determinato o addirittura a progetto o di lavoro interinale. Insomma, se il mercato del lavoro italiano è duale con una massa di lavoratori iperprotetti per lo più in età avanzata, e una minoranza crescente di giovani senza protezione, i sindacati sembrano rappresentare più la prima. Ora, nel rispondere all’invito di Monti a consultazioni sulle misure da prendere, il leader Cgil Susanna Camusso sembra quasi voler assumere il ruolo buffo del bimbo che, quando da piccoli si rincorreva un pallone sulla spiaggia, preso in castagna dall’ennesimo gol facile acchiappava il pallone chiudendo la partita prima del tempo. «È inutile basta, non gioco più».

Ciò che invoca la Camusso, la concertazione, è il metodo che ha dominato per anni l’approccio alle politiche pubbliche dei vari governi, con alterne fortune: incontri triangolari con imprese e sindacati per concordare alcune grandi scelte di politica economica in particolare legate all’occupazione.

Una prassi introdotta in Italia a partire dall’accordo Ciampi del 1993: un protocollo interconfederale che ha portato a un sistema di indicizzazione dei salari in parte ancora in vigore, e più in generale a un modello di contrattazione.

Peccato che, a partire dall’esecutivo Berlusconi del 2001, a memoria sono ben poche le convocazioni a Palazzo Chigi ricevute dalle sigle confederali per discutere di legge Finanziaria o degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno. Senza dover ripercorrere gli ultimi dieci anni di storia del sindacato, farebbe piacere sapere di quale mondo stia parlando la Camusso quando invoca la concertazione. Nell’ultimo decennio poi, se si escludono i tavoli di trattativa per le grandi crisi aziendali, anche la contrattazione per i rinnovi contrattuali è divenuta sempre più materia che rientra nell’autonomia delle parti: imprese e sindacati. Un concetto che nel giugno scorso Susanna Camusso sembrava aver recepito, quando con intelligenza e tempismo si era seduta al tavolo con gli altri due leader e la Confindustria rappresenta da Emma Marcegaglia per firmare definitivamente il nuovo accordo interconfederale su rappresentanza, esigibilità dei contratti (cioè la loro efficacia) e la contrattazione aziendale.

Un salvataggio in corner. Altrimenti il sindacato di Corso Italia sarebbe rimasto fuori dalle future trattative come lo era stato per scelta, caparbia, nel primo accordo del 2009 fra Cisl-Uil e Confindustria. Un accordo storico che aveva posto al centro delle relazioni industriali la contrattazione aziendale (o di 2 livello): una bestemmia, su cui non mise la firma la Cgil, da tempo custode templare dei sacri riti della vecchia contrattazione nazionale.

Un’esclusione grave, però. Se non altro visto il numero rilevante di iscritti che conta – attualmente supera ancora le altre due organizzazioni – e soprattutto per gli assetti futuri.

Una scelta difesa in modo caparbio, in ossequio a una politica di totale chiusura ai cambiamenti del modello produttivo delle imprese, che da tempo ormai chiedono orari di lavoro più flessibili e più onerosi, in cambio di stipendi più alti e premi di produttività. In questi due anni molti rinnovi dei contratti delle singole categorie, fra cui gli addetti del commercio, del pubblico impiego e i metalmeccanici – la Fiom oggi è senza dubbio la sigla più oltranzista nel panorama delle relazioni industriali – sono stati portati avanti a due senza le rispettive sigle appartenenti a Corso Italia.

Ora tocca al governo Monti. Che pare aver capito che, complice la fretta, deve andare dritto per la sua strada. Questo mentre su concertazione e unità sindacale – altro grande totem garantito per legge proprio con il famigerato Statuto dei lavoratori nel 1970 – la Camusso oggi sembra decisa a giocarsi tutto. O in ogni caso a questi due totem sembra legare la sua identità di sindacato organizzato, e per questi due obiettivi sembra voler fare “lobbying” attiva.

Perché di lobby, se non è chiaro, si sta parlando.  

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