Chi lavora e chi no

By Redazione

gennaio 6, 2012 politica

Poche ore fa, su queste pagine  Pietro Salvatori ha messo in evidenza alcuni nota bene per l’Istat e per il mondo della comunicazione sul problema della disoccupazione giovanile, con Il Sole 24 Ore pronto al suicidio di massa. Ma occorre fare dei distinguo importanti. Salvatori menziona alcuni problemi relativi alle fasce d’età: è inutile e dannoso, in un continente come l’Europa, fare una discorso sull’occupazione giovanile considerando i 15-24 anni. Nell’Ue l’obbligo è salito a 16 anni in quasi tutti i paesi ed il nostro continente si segnala per l’altissimo tasso di iscrizione alle università.

Primo punto quindi: considerare una fascia d’età diversa, soprattutto per chi intraprende la carriera universitaria. 25-34 anni potrebbe essere una soluzione che verosimilmente racchiuderebbe la totalità dei laureati, sia di chi si laurea in corso, sia di chi prosegue gli studi (master o dottorati) o è semplicemente più lento per vari motivi (lavori saltuari, imprevisti di vita personali). Sempre verosimilmente bisognerebbe creare un’altra fascia, 19-24, per coloro che si fermano al diploma: anch’essi entrano nel mondo del lavoro e quindi vanno considerati, ma probabilmente si inseriranno in ambiti diversi rispetto ai laureati. Un secondo ambito su cui riflettere esula dalle “aride” rilevazioni fatte per coorti di età e dovrebbe tenere conto di altri fattori.

Fattori che si esplicano in quesiti aiuterebbero nella comprensione del fenomeno. Il primo: chi considerare effettivamente occupato? Chi fa ad esempio degli stage o tirocini? E vanno considerati occupati anche se non percepiscono salario alcuno? Il problema è “cosa” intendiamo per occupato. Se per occupato vogliamo intendere solo chi ha da fare la mattina per cui si alza, si veste, prende i mezzi e va dentro ad un ufficio fisico, viene messo a fare cose di cui solo un terzo è utile per la sua formazione, sta davanti ad un pc, esce, va a casa e forse si concede un cinema la sera pur non essendo pagato, allora è da discutere se questa sia vera occupazione. È forse solo “formazione” e non “occupazione”, ma molti di costoro dichiarano di essere occupati (anche per sentirsi più “inseriti” e meno sfortunati) oppure vengono inseriti in queste statistiche. Chi viene retribuito a nostro avviso dovrebbe essere inserito in questo contesto di limbo. Prendiamo un giovane che stia effettuando un’esperienza formativa di lavoro di sei mesi in cui percepisce (se è fortunato) 500 euro al mese. È occupato fisicamente e mentalmente, ma per forza di cose dovrà ricevere aiuti dalla famiglia. E questa situazione si protrae spesso per anni: ci sono giovani che fanno uno stage, due stage, tre stage e arrivano ad una occupazione piena (forse) solo dopo un paio d’anni di questo percorso. È occupato come uno impiegato fisso alle poste un soggetto in questa situazione? Saremmo portati a dire di no.

È allora arrivato il momento di riconsiderare le categorie. Per primo passo allora ridefiniamo le coorti di età, ma  ridefiniamo pure il concetto di giovane: se la speranza di vita media si è allungata e andiamo in pensione più tardi, allora diciamo pure che usciamo dalla gioventù (fisica e mentale) più tardi). Facciamo 35 anni, quindi prima proposta: consideriamo le fasce 19-34 (non laureati) e 25-34 (laureati). Seconda proposta: la categoria di occupato, se la consideriamo alla luce ad esempio della “flexsecurity” mutuata dalla proposta di Ichino, inizia a diventare più fosca, meno netta. Parliamo allora di occupati considerando quei lavoratori indipendenti dagli aiuti delle famiglie di origine e di coloro i quali sono “sicuri” nel senso che, se perdono il lavoro, possono trovarne un altro entro 3-6 mesi dalla risoluzione del contratto precedente (magari passando per quelle procedure di ri-professionalizzazione previste da Ichino). In uno stadio al di sotto di questi sarebbe poi il caso di porre quella fascia di soggetti in “formazione professionale” post-universitaria, come dottorandi, studenti di master, tirocinanti, stagisti, praticanti in varie posizioni, salariati o meno, ma non indipendenti dal punto di vista economico rispetto alle famiglie di origine. Una specie di classe di “mezzi occupati”, che magari saranno occupati un giorno (dopo 1-2-3-5 anni dalla laurea) ma che, nel frattempo, devono rimanere a casa perché non possono permettersi di andarsene da casa.

Ultima considerazione: l’Italia sta tornando ad essere un paese di emigrazione professionale, con molti giovani che si laureano e vanno in Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi, mentre la Spagna è ormai in declino come destinazione professionale (per evidenti ragioni di prosperità economica). Rifacciamo i conteggi seguendo delle linee guida come quelle proposte ed avremo un quadro decisamente più verosimile ed utile, anche per chi vorrà gridare alla catastrofe.

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