Lezioni di nazismo

By Redazione

gennaio 5, 2012 Cultura

Lo hanno ribattezzato il “prof neo-nazista”, per una minaccia rivolta dal suo profilo Facebook agli amministratori del social network e alla comunità ebraica torinese: «Avviso ai luridi bastardi ebrei che ci controllano in quella terra di merda e di froci chiamata California. Se mi togliete questa foto, vado con la mia pistola, alla sinagoga vicinissima a casa mia e stendo un po’ di parassiti ebrei che la frequentano. Vi conviene stuzzicare il can che dorme?».  Ma, già che c’è, il nazidocente se la prende anche con i «negroni» che spacciano nel suo quartiere, invitando i visitatori del suo profilo a dargli una mano nel «tiro a segno». E, proprio per non farsi mancare nulla, invia anche una mail al primo cittadino torinese, Piero Fassino, in cui dice di non voler pagare l’Ici per mantenere «negri, zingari, mongoloidi e handicappati», verso i quali suggerisce invece al sindaco di applicare «la teoria del dott. Mengele».

Lui è Renato Pallavidini, 56 anni, docente al liceo classico “Massimo D’Azeglio” di Torino. Ironia della sorte, lo stesso prestigioso istituto statale frequentato da Primo Levi, Leone Ginzburg, Vittorio Foa, e molti altri tra i più brillanti intellettuali di origine ebraica che hanno animato il ‘900 italiano. A farlo balzare agli onori della cronaca è stato un articolo pubblicato ieri sul sito web di Repubblica. Secondo quanto riporta il quotidiano diretto da Ezio Mauro, Pallavidini non sarebbe nuovo ai proclami antisemiti: nel 2007, infatti, venne accusato di negazionismo per le sue tesi sull’Olocausto. Ma da quella storia, come lui stesso racconta su Facebook, pur non rinunciando agli strali antisemiti, è uscito “pulito”: «Sono insegnante di storia e filosofia in un liceo classico – afferma il 5 agosto – e, infatti, nel 2007 gli ebrei hanno cercato di farmi fuori senza riuscirsi. Alla fine sono riusciti a farmi assegnare solo due settimane di sospensione nel 2008, poi ho fatto ricorso e l’ho vinto. Hanno dovuto reintegrarmi lo stipendio e lo scatto d’anzianità. Sono molto orgoglioso di essere una delle poche persone, dopo la morte del Führer, che è riuscita nel suo piccolo a sconfiggere gli ebrei».

La sua storia ha fatto il giro del web, suscitando l’indignazione generale. Complice soprattutto il social network più vituperato dal Pallavidini: Facebook. E lui, quasi meravigliato per tanta notorietà, si chiede: «Per quale motivo alcune pagine della mia bacheca, che contengono affermazioni forti, sono visibili a tutti, sul web, digitando il mio nome? Dovrebbero essere visibili solo dagli amici, non dai giornalisti di Repubblica che poi telefonano per chiedertene spiegazione!». Eh già. La privacy.

Nel frattempo, senza rinunciare alla provocazione, ha rimosso tutti i riferimenti e le immagini “neonazi” dal suo profilo, sostituendole con un album fotografico dedicato a Lenin, Stalin, Ceausescu e all’iconografia sovietica. Come avatar del profilo, ha pubblicato l’immagine di una bella gatta domestica sdraiata su un morbido lenzuolo rosa. E sulla sua bacheca ripubblica gli articoli che i quotidiani on-line scrivono a pioggia su di lui. «Sei contento, vero?» gli scrive un amico, in calce a uno dei link. «Per nulla» ribatte lui, laconico.

Ma al repulisti generale è evidentemente sfuggito uno status, rivolto agli amministratori di Facebook, “colpevoli” di aver rimosso alcuni dei contenuti pubblicati, e che la dice lunga a proposito del Pallavidini-pensiero: «Americani e servi di Sion che mi state controllando dalla California! E che cancellate ogni mio scritto sulla bacheca! Arriverà anche per voi il momento di pagare con il sangue il vostro essere!».

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