Disoccupazione: basta allarmi

By Redazione

gennaio 5, 2012 politica

“Un giovane su tre è senza lavoro: andiamo a dirgli che il problema è l’articolo 18?”. Così ragionava a caldo su twitter Ezio Mauro subito dopo la diffusione dei dati Istat sulla disoccupazione a novembre. L’Istituto nazionale di statistica ieri ha infatti comunicato che “il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 30,1%, con un aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e di 1,8 punti su base annua”. Dati allarmanti, se letti attraverso la lente del direttore di Repubblica. Come anche a dar retta ai titolisti dell’edizione online del Sole24ore. Il quotidiano di Confindustria ha lanciato un vero e proprio allarme: “Disoccupazione giovanile ai massimi dal 2004: senza lavoro un giovane su tre”. L’ennesima giornata spesa dietro ai titoli allarmanti dei grandi quotidiani sul tema. Frutto di una prassi che si è consolidata negli ultimi anni.

Se non si può negare che gli effetti della crisi e il lento e progressivo aumento del tasso di disoccupazione della popolazione in età lavorativa penalizzano i più giovani, a spulciarsi i dati Istat salta agli occhi che il campione preso in esame per attribuire “giovanile” alla fascia d’età che regala i titoli è quello che va dai 15 ai 24 anni. Vale a dire la generazione impegnata a completare il proprio percorso di formazione scolastica, o nel pieno dello svolgimento di studi superiori. Anzi, le prime due classi di età, quelle dei quindici e dei sedici anni, devono ancora completare il proprio ciclo di formazione obbligatoria.

Provocatoriamente, si potrebbe quasi osservare che su tre giovani impegnati nello studio, almeno due hanno anche un’occupazione. Quasi, perché i fattori da considerare sono molteplici, tra abbandoni scolastici, mortalità accademica, scelte alternative alla formazione superiore, variazione del tasso di inattività. Tutte cose che renderebbero l’analisi più stratificata e complessa.

Che le giovani generazioni siano quelle che più risentono della crisi, dopotutto, è sempre l’Istat a dircelo. Basta prendere gli stessi dati e applicarli alla classe d’età successiva. Tra i venticinque e i ventinovenni, cioè tra coloro i quali impattano realmente con le strettoie in ingresso del mercato del lavoro, i disoccupati sono l’11,1%. Un terzo in più della media dell’intera popolazione in età lavorativa, che si ferma al 7,6%.

Dati di per sé allarmanti, ma che non giustificherebbero il sensazionalismo a buon mercato che non considera in profondità dati la cui complessità è estremamente ostica. Lo stesso tasso di disoccupazione giovanile, di per sé, è un indicatore artificiale, calcolato prendendo in esame il decennio successivo alla data minima di inserimento teorico nel mondo del lavoro. Chi inizia a studiare a 5 anni e vuole terminare la propria istruzione al termine dei dieci anni obbligatori, a quindici anni potrebbe già essere una componente nell’offerta generale di lavoro. Ma è un dato residuale, e non basta il suo progressivo incremento, risalendo nelle classi d’età successive, per riequilibrarlo.

Va bene rispettare i parametri europei delle classi d’età da considerare, ma sociologicamente il dato interessante è sicuramente quello riferito agli ultra-ventenni. Che permette analisi più costruttive, pur disinnescando l’effetto dei titoloni da prima pagina.

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