Valle a capire

By Redazione

gennaio 4, 2012 politica

Il 14 giugno scorso, subito dopo il successo dei quesiti referendari sull’acqua, un gruppo di lavoratori dello spettacolo hanno occupato il Teatro Valle. Con la soppressione dell’Ente Teatrale Italiano, il teatro è passato transitoriamente alla gestione di Roma Capitale in attesa di un futuro bando di assegnazione ad un privato. Non necessariamente la gestione pubblica assicura di per sé forme di governance migliori rispetto a quelle dei privati. Anzi, spesso, in enti di questo tipo, impera la lottizzazione dei Cda infarciti di trombati della politica. Il privato, invece, è in re ipsa animato dal desiderio di (legittimo) profitto, ergo non può che tentare di conformare il proprio operato ai criteri dell’efficienza. È proprio questo, invece, quanto contestato dagli occupanti: il Teatro Valle, dicono, non può che appartenere alla cittadinanza, e quindi non può che restare in mano pubblica.

Gli occupanti lamentano inoltre la scarsa tutela dei propri diritti, rivendicando una contrattazione che tuteli i tempi del non lavoro, della ricerca, della creazione, della formazione permanente e, udite udite, i tempi della lentezza e dell’errore. Ovviamente a carico della fiscalità generale. L’occupazione del teatro, sotto l’aspetto scientifico ed accademico, si fonda sull’elaborazione della cosidetta “società dei beni comuni” radicalmente alternativa a privatizzazioni e liberalizzazioni. Beni comuni, pertanto, in mano pubblica liberi da logiche mercatiste. Un po’ la logica diffusasi in Val di Susa: il territorio è un bene comune, da difendere anche a costo della guerriglia (rurale, più che urbana in quel caso). La società dei beni comuni, poi, oltre ad essere oramai a pieno rango una piattaforma di tipo politico, rivendica per se stessa la costituzionalità di un’impostazione di questo tipo. Ora, in base all’analisi esegetica del dettato costituzionale, risulta quantomeno ardito scorgerne dei riferimenti. Certo, la Repubblica, per esempio, promuove lo sviluppo della cultura (art.9), ma non viene mai affermato in che modo. Insomma, secondo la legge delle leggi, non necessariamente i teatri debbono essere pubblici.

“Teatro Valle Occupato” è anche divenuto un vero e proprio brand. Un po’ come “No alla tessera del tifoso” o “Vaticano pagaci la manovra”. Fior fior di intellettuali, artisti, attori e scrittori ne affollano il palco e le tribune quotidianamente. Si tengono, in nome della democrazia diretta partecipata e non delegante, assemblee pubbliche sui temi più disparati. Guai, però, ad essere portatori di una linea appena differente da quella ufficiale. Si verrebbe subito tacciati di fascismo, perché la “provocazione” è sempre dietro l’angolo, alla faccia della democrazia diretta partecipata. Ascoltare incidentalmente qualche occupante discorrere delle tematiche di attualità fa necessariamente rivenire in mente il fu Guglielmo Giannini e il suo uomo qualunque. Le banalità si sprecano: “Il governo delle banche e dei banchieri, i ricatti della Bce, questa classe politica non ci rappresenta più, la finanza e il capitalismo bla bla bla.” Ma il paese non è malato di finanza, o meglio, non solo. Nessuno vuole mettere in discussione le storture che il sistema finanziario è in grado di produrre, si vuole però affermare con forza un’altra verità: la malattia dell’Italia non si chiama solo capitale, bensì anche debito pubblico. Non possiamo concederci il lusso di tenervi tutti sul groppone statale. Confrontatevi con il mercato, chi è bravo emergerà ugualmente.

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