Vittoria al fotofinish

By Redazione

gennaio 3, 2012 Esteri

“Chi arriva quinto muore”: questa in estrema sintesi era l’essenza dei caucus in Iowa di ieri sera (stanotte, da questa parte dell’Atlantico).

Questa prima votazione, infatti, tradizionalmente non incorona il vincitore delle primarie, ma falcidia i perdenti: sfoltisce il campo, insomma. Quindi l’unico risultato concreto che oggi possiamo annotare non in matita è che la campagna di Rick Perry è giunta al capolinea. Il governatore del Texas si è infatti qualificato quinto con il 10%, seguito da Michele Bachmann con il 5%.

Già questo è un risultato un po’ surreale, se si pensa che sei mesi fa tutto induceva a ritenere che i caucus dell’Iowa si sarebbero conclusi con un testa a testa proprio fra Perry e Bachmann, che si sono invece contesi l’ultimo posto. È una disfatta soprattutto per Perry, che si giocava tutto qui e infatti aveva speso più di chiunque altro nel comprare spazi per i suoi spot televisivi in Iowa.

Ma, contrariamente al vecchio luogo comune duro a morire, in America non sono i soldi a comprare le vittorie politiche. Ancora più spiazzante, ed eccentrico rispetto ai pronostici (anche in base ai sondaggi dell’ultim’ora) il fatto che il primo posto sul podio sia stato assegnato per una manciata di voti essendosi creata una sostanziale parità al 25% tra Mitt Romney e Rick Santorum.

Alla fine Romney ha prevalso per otto voti in tutto: praticamente per i voti di una singola fattoria dell’Iowa. Terzo, e più staccato di quanto i sondaggisti avevano immaginato, Ron Paul, che comunque ha strappato un notevole 19%. Newt Gingrich si è fermato al 13% – il che comunque significa che la sua campagna, contrariamente a quella di Perry, non è ancora ufficialmente kaputt, sebbene al lumicino.

Se non fosse stata ridicolizzata dalla sua entità microscopica, dato enfatizzato dallo spoglio sino all’alba di ogni singolo voto, la vittoria di Romney in Iowa sarebbe stata a suo modo importante: fino a metà autunno aveva addirittura optato per restare fuori da questa competizione, ed era poi entrato in extremis visto il perdurante caos tra i suoi avversari. Inoltre è molto raro – non accadeva da decenni – che uno stesso candidato vinca sia in Iowa che in New Hampshire, ed è pressoché scontato che alla vittoria di stanotte Romney sommi quella tra una settimana nel Granite State. Nemmeno questo però può ancora garantirgli nulla. Attualmente pare in grossa difficoltà in South Carolina, e se perdesse lì tutto, ancora una volta, si deciderebbe in Florida, alla fine del mese. Anzi, pallottoliere alla mano, non è nemmeno scontato che la partita si chiuda in Florida. Alla fine di gennaio saranno stati eletti solo 115 delegati alla convention nazionale, appena il 10% dei ben 1.143 necessari per aggiudicarsi la nomination.

Comunque per Romney il dato saliente è che tre quarti dei votanti sono ostinatamente contro di lui: è inchiodato a questo dannato 25% che non è mai riuscito a superare nemmeno nei sondaggi estivi ed autunnali. Per di più i sondaggi più recenti lo davano favorito in Iowa, e questo amplifica molto la portata simbolica di questa vittoria di Pirro in base al gioco delle aspettative. Infine, ironia della sorte – ma questa è una cicca per addetti ai lavori – i voti che Romney ha ottenuto stanotte sono otto più di quelli ottenuti da Santorum, ma sei meno di quelli che lo stesso Romney ottenne quattro anni fa, ai caucus dell’Iowa che inaugurarono la competizione nella quale sarebbe stato sconfitto da John McCain.

Il vero vincitore di ieri è quindi il senatore ultracattolico della Pennsylvania (e di origini italoamericane) Rick Santorum, che però potrebbe fare la stessa fine del vincitore di quattro anni fa, Mike Huckabee. Ma questa è un’altra storia, e la racconteremo un’altra volta.

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