Niente posti letto? Non entri in galera

By Redazione

gennaio 3, 2012 politica

In fondo le carceri sono come gli ospedali: un servizio che lo stato dà ai cittadini che pagano le tasse, e anche a quelli che non le pagano, e li deve tutelare anche quando loro malgrado sono obbligati ad usufruirne. L’idea per primo in Italia, ma solo in Italia, ce l’ha avuta Riccardo Arena, storico conduttore della trasmissione “Radio carcere”, in onda  su Radio radicale ogni martedì alle 21. Una trasmissione che da mesi vede ospite fisso Marco Pannella che da lì, oltre che dalle proprie chilometriche conversazioni del pomeriggio di ogni domenica, vuoi con Massimo Bordin vuoi con Walter Vecellio, dà afflato verbale alla propria battaglia  per “l’amnistia per  la repubblica”. Cioè un provvedimento, subordinato alla riparazione del danno da parte del colpevole rispetto alla vittima del reato, che serva a deflazionare soprattutto “le scrivanie dei magistrati”. E quindi più favorevole a chi il reato lo subisce rispetto alla prescrizione “di classe e di massa”. Ma se Riccardo Arena è stato il primo in Italia a lanciare questa proposta, trovando anche terreno favorevole negli ambienti di Magistratura democratica e in alcuni convegni ad hoc sulle patrie galere cui hanno partecipato i magistrati della pubblica accusa e i giudicanti, all’estero questa “trovata” è già una realtà conclamata. Questa estate la Corte suprema americana è arrivata a chiedere allo stato della California di scegliere 40 mila detenuti dei meno pericolosi da scarcerare e mandare agli arresti domiciliari per evitare che gli altri subissero le privazioni del sovraffollamento che viene considerato foriero di possibili reati da parte della amministrazione pubblica, tra cui la tortura, i maltrattamenti e l’induzione al suicidio.

Anche in Germania recentemente la Corte federale ha sancito principi analoghi e in Danimarca, Svezia e Norvegia, paesi proverbialmente più civili di quelli latini e mediterranei, il paragone tra posti letto carcerari e ospedalieri viene dato per scontato.

Da noi purtroppo no, e viste le ultime tragiche notizie di fine 2011 – due suicidi in cella e una morte sospetta – sembra strano che qualche pm o qualche gip, magari anche con il secondo fine di farsi un po’ di pubblicità e di apparire in tv e sulle prime pagine dei giornali, ancora non abbia fatto la stessa cosa. Certo, ora come ora, difficile dare torto a Pannella quando argomenta che l’Italia in materia di giustizia civile e penale, e di carceri segnatamente, è ormai “il criminale professionale che si aggira per l’Europa”.

E diventa sempre più difficile sostenere un’ottusità burocratica che non vuole riforme, non vuole amnistie e crede di potersela sbrigare con il concetto di carcere come discarica sociale.

Ma se i miasmi iniziano a inquinare anche la vita pubblica di chi carcerato non è? Come la mettiamo? Solo lo scorso  Capodanno il bilancio è stato questo: un romeno di 37 anni, A.C., si è impiccato nel carcere delle Vallette di Torino. Era un giocatore della Drola, squadra di serie C composta solo da detenuti. Un altro morto nel penitenziario di Trani e due ulteriori detenuti hanno tentato di togliersi la vita a Vigevano e Vasto. Poi si ammazzano anche agenti di custodia e direttori delle prigioni. Per la cronaca al 30 settembre 2011 i detenuti erano 67.428 (di cui 2.877 donne), a fronte di una capienza regolamentare di 45.817 posti, con indici senza confronto in Europa: la media italiana è del 148,2% (con una punta del 303%), contro la media europea del 98,4%. Sono soltanto 37.213 i reclusi con condanna definitiva (meno della metà), a testimoniare l’uso e l’abuso della custodia cautelare. Al contrario, nel 2010 in Italia si sono si denunciati 4.545 reati ogni 100 mila abitanti, contro i 8.481 della Germania, i 7.436 del Regno Unito, i 5.559 della Francia.

Sentito al telefono da “L’opinione”, Riccardo Arena, che ha rilanciato questa proposta, si dichiara convinto della bontà della cosa. “Un pm che chiede un arresto e un gip che lo concede non possono rendersi implicitamente complici di reati quali il maltrattamento degli esseri umani”. Insomma se non si possono trasportare i maiali in gabbie che siano meno larghe di due metri quadrati, per citare Pannella, “non si può nemmeno stipare i porci umani”, secondo la accezione qualunquista e forcaiola che molti hanno dei detenuti, in spazi anche più stretti. Certo per un giudice che arresta  ci sarà sempre l’esimente di avere agito per motivi di alto valore morale e sociale come la lotta alla criminalità, organizzata e non, ma quando ci si sarà spinti oltre al limite della umana sopravvivenza – e siamo vicini, molto vicini, tanto che è veramente un miracolo che non si siano ancora registrate rivolte carcerarie violente – anche questa esimente non potrà più essere opposta. A meno che i magistrati non vogliano tutti trasformarsi in tanti piccoli potenziali Eichmann che chiudendo gli occhi si giustificano dicendo: “Io ho solo eseguito gli ordini”. E visti sotto questo aspetto, anche la provocazione della stella gialla di Pannella e il paragone delle carceri italiane, ed europee, a “nuclei consistenti di Shoà”, non sembrano tanto campati in aria.

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