Ipocriti supersonici

By Redazione

gennaio 3, 2012 politica

Nessuno tocchi l’F-35. Nella partecipazione del nostro paese allo sviluppo e alla realizzazione del nuovo caccia di ultima generazione, assurta agli onori delle cronache come ennesimo caso di spreco di denaro pubblico, è racchiusa infatti una delle più grandi opportunità economiche e occupazionali per l’industria italiana da qui ai prossimi 20 anni. A dispetto di chi, persino nella politica, fomenta con bugie e slogan l’indignazione nazionalpopolare.

Di recente, anche i finiani di Futuro e Libertà si sono uniti al canto di protesta contro l’acquisto dei velivoli militari già intonato da Pd, Italia dei Valori e Sel. «Il progetto costa troppo, è inutile, è inopportuno in tempo di crisi e sottrae risorse allo sviluppo». Questo il mantra che i partiti ripetono per convincere Monti a fare un passo indietro. Il centrosinistra protesta contro un acquisto voluto dal governo Berlusconi, dimenticando che era stato l’allora premier Romano Prodi, nel 2006, a siglare la partecipazione italiana al progetto, per mano del ministro della Difesa Beniamino Andreatta. Fli invece si accoda in cerca di consensi, grazie alla eco che la notizia sta avendo tra l’opinione pubblica nazionale.

Ma ecco il jet della discordia. Il Lockheed Martin F-35 Lightning II è un caccia monomotore da superiorità aerea di 5ª generazione, caratterizzato da un’avionica estremamente avanzata, da elevate capacità “stealth”, che lo rendono in grado di “nascondersi” dai radar, e da un’altrettanto elevata capacità di fuoco. L’Italia ha contribuito al progetto F-35 come partner di “Livello 2”, subito dopo Usa e Regno Unito, investendo circa un miliardo di dollari (pari ad appena il 5% del costo complessivo di sviluppo).

Sui costi del progetto si è detto di tutto, il più delle volte a sproposito. A cominciare dall’investimento complessivo per i 131 aerei che voleranno con la coccarda tricolore sull’ala: non 18 miliardi di euro, come raccontato in queste settimane dalle cassandre del web, bensì 13, e per di più “spalmati” tra il 2012 e il 2026, come prevede il piano di riammodernamento dell’apparato bellico delle nostre forze aeree. Gli F-35 ci costeranno meno di un miliardo l’anno, dunque. Che resta certo una cifra importante, ma molto meno di quanto costerebbe continuare a far volare macchine risalenti ai primi anni ’90. In Italia, infatti, gli F-35 sostituiranno gli ormai obsoleti Harrier a decollo verticale che prestano servizio sulle portaerei “Cavour” e “Garibaldi”, gli altrettanto datati (seppur gloriosi) Tornado e AMX, e gli F-16 Falcon presi in leasing dall’Usaf.

Tagliando inopinatamente 13 miliardi in 14 anni non si salvano le pensioni, non si investe nella scuola, né tantomeno si  rilancia l’occupazione, visto che, come vedremo tra breve, il disimpegno italiano comporterebbe un danno enorme per decine di aziende nazionali e per migliaia di occupati. Al massimo, si sfornano comunicati stampa buoni per guadagnarsi qualche titolone sui giornali.

Quello che né i media né la politica grassa e piagnona raccontano, infatti, è che il nostro paese non si è limitato soltanto ad allargare i cordoni della borsa. Al progetto partecipano direttamente alcune tra le più grandi aziende nazionali leader nel settore difesa e aerospazio: non solo Alenia Aeronautica, ma anche Avio, Piaggio, Aerea, Datamat, Galileo Avionica, Gemelli, Logic, Selex Communication, Selex-Marconi Sirio Panel, Mecaer, Moog, Oma, OtoMelara, Secondo Mona, Sicamb, S3Log, Aermacchi, Vitrociset. Nel progetto sono stati coinvolti a vario titolo oltre 40 siti industriali italiani sparsi in 12 regioni, con ricadute economiche e occupazionali enormi. Si parla di migliaia di posti di lavoro che, se non sono stati direttamente creati dal progetto F-35, sono comunque sopravvissuti nonostante la crisi proprio grazie alle commesse multimilionarie legate nuovo caccia.

Ma non solo. Sebbene il velivolo militare sia prodotto dall’americana Lockheed Martin, buona parte degli esemplari che spiccheranno il volo dal 2013 sarà a tutti gli effetti “Made in Italy”. La multinazionale statunitense ha previsto infatti di realizzare il sito di assemblaggio per i 131 caccia acquistati dall’Italia nei pressi dell’aeroporto militare di Cameri, a pochi chilometri da Novara. Qui già esiste lo stabilimento industriale che si occupa di effettuare la manutenzione per  gli AMX, gli F-16, i Tornado e i nuovissimi Eurofighters in dotazione all’Aeronautica Militare italiana. Inoltre, sempre a Cameri verrà assemblato il maggior numero dei caccia destinati al mercato europeo: si parla di oltre 200 velivoli, salvo ulteriori commesse future, che richiederanno per il loro montaggio e la loro messa a punto una numerosa e qualificatissima manodopera tricolore. In buona sostanza, dunque, una percentuale consistente di quei 13 miliardi di spesa rifocilleranno l’anemica economia nazionale molto meglio di quanto potrebbero farlo sovvenzioni a pioggia o sussidi a fondo perduto.

Inutile sottolineare cosa potrebbe significare per uno dei settori industriali più competitivi e avanzati del nostro Paese se il pacchetto F-35 dovesse cadere sotto i colpi della propaganda politica. Perché soltanto di questo si tratta: tutte le polemiche di questi giorni si barcamenano tra la retorica pacifista da bandiere arcobaleno e quella populista dei tagli indiscriminati che colpiscono anche a quei settori in grado di creare sviluppo, benessere e soprattutto occupazione.    

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