I rossi a Seul

By Redazione

gennaio 3, 2012 Esteri

Sessantuno anni fa, il 4 gennaio del 1951, le truppe unite cinesi e nordcoreane riuscivano a sfondare il fronte sudcoreano a Seul e vi entravano conquistando l’attuale capitale meridionale. La guerra di Corea era cominciata il 25 giugno del 1950, primo esempio del conflitto a distanza tra Usa e Urss. Una delle prime mosse della guerra fredda fu quella di combattersi nelle periferie del mondo, decentrando gli obiettivi pur mantenendo quella insormontabile tensione di base. Il nuovo conflitto si presentava sotto una veste diversa. Eppure il conflitto di Corea sin da subito mise in evidenza le somiglianze con i conflitti mondiali appena conclusi. I movimenti militari avvennero con grossi spostamenti di truppe per quasi due anni dall’inizio del conflitto: i nordcoreani superarono il trentottesimo parallelo e conquistarono tutta la penisola ad eccezione della zona di Pusan, città posta sulla punta sud-orientale. La controffensiva sudcoreana, avviata mediante l’intervento degli statunitensi e della coalizione Onu creata ad hoc, ricacciò indietro le armate comuniste quasi in Cina già alla fine del 1950. A quel punto l’ultima offensiva delle armate rosse portò la coalizione stalinista fino a Seul (gennaio ’51) per poi tornare sulla difensiva quasi al confine originario. Da lì iniziò una logorante guerra di posizione che decretò invece una situazione molto simile a quella verificatasi con la prima guerra mondiale, avvenuta circa quarant’anni prima. Oggi il territorio  intorno alla Dmz, la zona di confine, è la porzione di pianeta maggiormente militarizzata al mondo. Le truppe nordcoreane sono presenti con quasi due milioni di soldati dislocati tra la capitale e la Dmz; i sudcoreani mantengono in quei posti quasi tutto il loro contingente di terra. Seul d’altronde è a soli quaranta chilometri dal confine e dista in tutto 160 chilometri da Pyongyang. Ancora nel 2004 arrivò la proposta governativa di spostare la capitale del Sud a Gongju, sia per decomprimere Seul (10 milioni di abitanti, 20 contando l’hinterland), sia per allontanare i centri nevralgici dal confine, ma la massima corte sudcoreana andò contro l’annunciato provvedimento, evidenziando che esso sarebbe potuto essere effettivo solo dopo un referendum nazionale che poi non è stato mai promosso. Se al confine la situazione rimane calda, dentro i due paesi le tensioni che si vivono sono molto diverse. La Corea del Nord vive nel limbo imposto dalla dinastia comunista dei Kim, come abbiamo già avuto modo di vedere. Il paese è totalmente isolato dall’esterno, vive in un’autarchia totalizzante e non ha più i rapporti di un tempo con la Russia (per evidenti motivi storici) e ne mantiene alcuni, in modo strumentale, solo con la Cina, la quale ha interesse alla stabilità dell’area. Molti dei ventidue milioni di nordcoreani vivono in situazione di povertà e di indigenza estrema, in un paese che in determinate aree presenta molti tratti che, agli occhi occidentali, sembrerebbero feudali. Non c’è libertà di stampa né politica, non c’è libertà di religione, anzi ufficialmente non c’è religione: l’unica semi-divinità è Kim Il-Sung, il grande fondatore, padre del recentemente scomparso Kim Jong-il. La vera divinità è l’ideologia Juche, che prescrive la totale autosufficienza del paese e l’adesione ai principi cardine del socialismo reale. Totalmente opposta la situazione in Corea del Sud. Militarmente il paese è una colonia statunitense: l’ingresso in massa dei soldati a stelle e strisce è iniziato sessanta anni fa e tutt’ora la Corea del Sud ospita ancora decine di migliaia di soldati Usa. In caso di conflitto la schiacciante superiorità numerica del Nord porterebbe all’obbligo, per i sudcoreani, di appellarsi all’aiuto delle forze americane. Gli stessi americani hanno avuto un gran peso nella storia contemporanea della Corea del Sud: Rhee Sing-man, corrotto governatore, fu salvato dal linciaggio grazie alla Cia e fuggì dal paese; gli Usa non dissero nulla anche quando Park Chung-hee prese il potere dopo un colpo di stato militare. Furono gli anni del boom sudcoreano (1963-79) ma Park fu anche contestato per la durissima repressione politica – vigeva infatti un permanente stato di emergenza con gravi ripercussioni sui diritti fondamentali dei cittadini –  e per la totale chiusura col Nord, fino all’uccisione avvenuta per mano del direttore dei servizi segreti sudcoreani (Kcia). A lui subentrò prima il governo provvisorio di Choi Kyu-ha e poi, con un altro colpo di stato, il generale Chun Doo-hwan. Con Chun la legge marziale fu ulteriormente estesa, furono chiuse le università in quanto centri della crescente protesta, furono bandite le attività politiche e la stampa subì ancora limitazioni. La città di Kwangju, a forte componente cristiana, si ribellò a Chun, e la protesta finì in un vero e proprio massacro. Finita l’epoca di Chun (1988), ormai malvisto, salì al potere Roh Tae-woo, eletto democraticamente tra le fila dei conservatori ma pur sempre ex generale dell’esercito. In quell’anno Seul ospitò le Olimpiadi e di certo non poteva presentarsi agli occhi del mondo con un leader vecchio stampo come Chun. Roh fu l’ultimo leader militare, dato che nel 1993 vinse le elezioni Kim Young-sam, primo presidente civile, proveniente dal partito conservatore che aveva candidato Roh. La Corea del Sud andò però incontro ad una gravissima crisi in quegli anni e nel 1998 fu la volta di Kim Dae-jung, leader delle opposizioni. Kim Dae-jung cambiò radicalmente la linea: anzitutto provò l’apertura (sunshine policy) verso il Nord, cercando di avere il nullaosta delle grandi industrie nazionali (per questo aiutate con fondi di stato) e, nel 2000, incontrò anche Kim Jong-il. Roh Moo-hyun (2003) proseguì sul solco del predecessore, spingendo fortemente sul summit Nord-Sud del 2007, che portò alla dichiarazione d’intenti per la stesura di un accordo di pace. Nel 2008 però l’elezione di Lee Myung-bak ha inaugurato un nuovo cambio di rotta: interruzione dei rapporti col Nord e stop agli aiuti, contemporanei ad un’opera di rafforzamento militare. A Pyongyang non l’hanno presa per niente bene, ed il regime del Nord ha subito ricominciato con le scaramucce, gli incidenti di confine e i test nucleari, fino agli incidenti avvenuti poco più di un anno fa che sono costate alcune vite ai sudcoreani.

In sessantadue anni sono cambiati tre leader in Corea del Nord e molto è successo in Corea del Sud, anche se sempre sotto l’egida americana. Di certo in questi sessantadue anni una cosa rimane intangibile e sospesa: il conflitto. L’armistizio non lo ha cancellato e anche la geopolitica internazionale ha fatto poco per sradicarlo. 

 

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