I revisionisti non ci stanno

By Redazione

gennaio 3, 2012 politica

Con il 2011 appena trascorso, se ne sono andati anche i clamori per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Meno male. A dir la verità, il pensiero degli italiani, almeno nella seconda metà dell’anno ormai alle spalle, si sono rivolti all’economia più che alla storia. Spiace dirlo, ma è quasi un sollievo. Le commemorazioni per l’Unità sono state contraddistinte, com’era peraltro facilmente prevedibile, da un vuota e stucchevole retorica, incarnatain primisdal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, seguito ovviamente a ruota da quasi tutta la nostra mediocre classe politica.

Proprio per questo, forse l’unico evento che gli italiani ricorderanno delle celebrazioni sarà il giorno di festa del 17 marzo, data della proclamazione ufficiale dell’allora Regno d’Italia. Per il resto, la maggior parte continuerà a tenere a mente le quattro o cinque nozioni agiografiche sul Risorgimento imparate sui banchi di scuola e ripetute ossessivamente in ogni manifestazione istituzionale. Le occasioni per ripercorrere la storia del nostro paese non sono certo mancate. Quasi ogni giorno, in tutto il territorio nazionale, vi sono state inaugurazioni di monumenti, mostre, convegni e discorsi ufficiali con grande partecipazione di popolo. Ogni tappa del Risorgimento è stata ricordata con dovizia di particolari.

Tuttavia, a parlare è stata sempre e solo una parte, quella dei vincitori. Si sa, la storia la scrive chi ha avuto la meglio, mentre agli sconfitti si permette solo di restare in silenzio, al massimo di organizzare incontri snobbati dai media e riservati a una nicchia di poveri nostalgici. Non bisogna comunque dimenticare che, seppur nelle catacombe e nonostante l’emarginazione culturale, prende  sempre più forza il movimento di chi critica il Risorgimento e di chi racconta un’altra verità. In questo senso, il libro del prof. Massimo Viglione (“1861. Le due Italie”, Edizioni Ares) è stato un valido tassello posto dagli storici cosiddetti revisionisti nel ricostruire senza indottrinamenti gli eventi di quel movimento che portò all’unificazione. Un’unificazione che non unì gli italiani e che si compì con grandi sacrifici umani, senza tener conto delle tradizioni tipiche delle varie realtà locali. Un’unificazione violentemente anticattolica, fatta contro il Papa e contro la Chiesa, nonostante le gerarchie si siano oggi affrettate ad accodarsi alla schiera dei sostenitori del Risorgimento, dimenticando e rinnegando così la storia e le sofferenze di un grande papa come Pio IX.  Non è questa la sede per uno studio storico sul processo che portò all’Unità d’Italia. Un piccolo bilancio è però d’obbligo, e alcune osservazioni necessarie.

Gli eventi svoltisi nell’anno appena trascorso sono stati spesso dedicati a uomini come Mazzini e Garibaldi. Lasciando nell’ombra Casa Savoia, una dinastia piena di difetti, ma pur sempre la dinastia che ha regnato sul nostro Paese fino al 1946 e che è stata destinata all’esilio forzato per decenni. Ebbene, proprio il Centocinquantenario dell’Unità avrebbe potuto essere l’occasione propizia per riportare in Italia le salme degli ultimi Re, Vittorio Emanuele III e la Regina Elena, il grande Umberto II e la moglie Maria Josè. Sarebbe stato un segno di rappacificazione con la propria storia tumulare le loro salme nel Pantheon. Invece non si è voluto far niente, come se si avesse ancora paura della monarchia e del passato. Vecchie ferite sembrano ancora aperte e qualcuno combatte fortemente perché restino tali. Si è preferito così continuare con il solito mantra: l’esaltazione della Resistenza, della Costituzione, dei padri costituenti, della laicità dello Stato e così via. Niente si è concesso al ventennio fascista, che qualcosa di buono l’ha pur fatto e niente si è concesso alle istanze dei vinti. Per fortuna si è commemorato il milite ignoto e con lui le tante vittime di quella “inutile strage” che fu la Grande Guerra: il treno speciale che ha ripercorso lo stesso tragitto che fece nel 1921 quando si inumò la salma del milite ignoto all’Altare della Patria ha senza dubbio commosso chi ancora ha a cuore il passato del nostro paese. Ma a parte questo, cosa resterà di queste celebrazioni abbastanza faziose, se non la loro parzialità e la loro retorica? 

Non si può infine dimenticare un fatto eclatante. Proprio durante l’anno delle celebrazioni, in cui è sembrato rinascere un certo patriottismo, seppur strumentale e spesso viziato, il Capo dello Stato, custode e sostenitore del cosiddetto “patriottismo costituzionale”, ha obbedito ad un diktat proveniente dall’Europa e ha di fatto acconsentito alla cessione della sovranità nazionale. Le dimissioni di Berlusconi e l’ascesa di Monti sono state la riprova della perdita della nostra piena indipendenza. Con la scusa dello spread e dell’europeismo, l’Italia non è più padrona in casa sua, tanto che oggi è guidata da un governo composto da personalità che nessuno ha eletto. La rivoluzione risorgimentale ha avuto come esito la sottomissione del Paese alla Banca centrale europea e al Fondo monetario internazionale. Sembra quasi una nemesi storica. 

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