Non mi fido di te

By Redazione

gennaio 2, 2012 politica

La fiducia degli italiani nel proprio futuro tocca i minimi storici. Che l’ottimismo non fosse una caratteristica distintiva del Bel Paese ce l’avevano già detto sul finire dell’anno i numeri del Centro Studi di Confindustria  relativi alla scorsa estate. Ce l’ha ripetuto pochi giorni dopo un indicatore elaborato dalla Commissione europea allo scopo misurare la fiducia delle famiglie del Vecchio Continente: alla domanda «come vedete la condizione economica della vostra famiglia nei prossimi 12 mesi?», gli italiani si sono messi le mani nei capelli. Dopo un lieve miglioramento seguito all’insediamento del governo Monti, infatti, a dicembre l’indice di fiducia è calato 4,7%. Un livello che non toccava dal 2008. Oggi tocca al sondaggio Confesercenti-Swg sulle prospettive economiche per il 2012: il 48% degli intervistati, contro il 33% del 2010, dichiara che la situazione economica è pessima, mentre il 36% ritiene di aspettarsi un ulteriore peggioramento delle condizioni economiche della propria famiglia nei prossimi 12 mesi.

In un editoriale pubblicato ieri dal Corriere della Sera, gli economisti italiani Alberto Alesina e Francesco Giavazzi illustrano con estrema chiarezza e semplicità il motivo di un simile crollo della fiducia nel nostro Paese. Buona parte della colpa ricade sulla politica del governo Monti: «Se si fossero tagliate un po’ di spese inutili, anziché limitarsi ad alzare le tasse – scrivono – l’effetto sarebbe stato molto meno grave. Ma ormai è tardi». E c’era anche Vittorio Feltri, ieri, a prendere di mira le spese folli (e apparentemente intoccabili) dell’apparato: nel centro del mirino, i costi della Presidenza della Repubblica. «Il capo dello Stato parla da premier e dice che i sacrifici salvano l’Italia. Però lui non li fa» denuncia Feltri, che racconta poi come il Quirinale costi agli italiani molto più di quanto Buckingham Palace gravi sulle tasche dei sudditi di Sua Maestà Britannica, o l’Eliseo sui contribuenti d’Oltralpe.

Insomma, pretendere dagli italiani sacrifici oltre ogni logica (con la pressione fiscale che tocca il livello record del 45%, per non parlare delle imposte indirette), e poi non scompigliare nemmeno l’acconciatura ai boiardi di Stato non sembra essere la ricetta migliore per instillare nel Paese nuova speranza per il domani. L’equazione è alla portata di tutti. Se cala la fiducia, calano anche i consumi. Se calano i consumi, l’economia nazionale langue. E se l’economia langue, la tanto agognata crescita continua a restare soltanto un lontano miraggio. Lo dice molto chiaramente la stessa analisi di Giavazzi e Alesina sul Corsera di ieri: le vendite al dettaglio per le aziende italiane sono scese, rispetto allo scorso anno, tra il 7% e il 10%. Un flop che rischia di tradursi anche in un pesantissimo -2% per il reddito nazionale.

La fiducia non è solo una questione di psicologia. Ma il fattore psicologico gioca comunque un ruolo importante. Se il contribuente medio deve sacrificare quasi la metà del proprio reddito per rimpinguare i bilanci di uno Stato che non sembra minimamente intenzionato a dare un taglio agli sprechi, è normale che la fiducia lasci il posto al pessimismo. Se sotto le feste anche i cronisti del principale TG nazionale vengono sguinzagliati come tante cassandre microfonate davanti ai negozi e ai centri commerciali per suscitare sensi di colpa in chi prova ad esorcizzare la crisi con la borsa o il carrello pieni, non ci si deve stupire che gli acquisti natalizi battano ogni primato al ribasso. E se, come scrivono Alesina e Giavazzi, si “demonizza” la ricchezza in quanto tale, ovvero si fa passare l’idea cheil benessere è una colpa sempre e comunque, anche quando genera altro benessere, allora bisogna cominciare a farsi piacere la parola “recessione”. Perché ci si dovrà convivere molto a lungo.  

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