“La macchina del consenso in Siria”

By Redazione

gennaio 2, 2012 Esteri

“Dove le unghie si strappano ai bambini e non al regime, il silenzio dell’occidente aiuta il massacratore siriano…Siamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte”. Per capire chi è Aya Homsi occorre soffermarsi per qualche minuto sui brevi post affidati alle pagine dei social network. Blogger di origine siriana, attivista a tempo pieno per il rispetto dei diritti del “suo” popolo e cofondatrice – insieme ad altri due amici italo-siriani – della pagina facebook “Vogliamo la Siria libera”, che sta riscuotendo ampio successo di utenti. Per pura casualità, anche il nostro incontro avviene in maniera del tutto inconsueta. Tramite facebook, tra  Bologna e Roma. La distanza geografica non rappresenta un ostacolo, soprattutto nell’era dei social network, che hanno ridotto le distanze ad un click e una buona connessione. Un faccia a faccia virtuale e un po’ “sui generis”, ma non è necessaria la vicinanza fisica per cogliere lo spessore e la forza d’animo che contraddistingue Aya. Il megafono per lei è un po’ come la coperta di Linus, sempre stretto tra le mani per far sì che la sua voce, insieme alla migliaia di voci a sostegno della causa siriana, giunga laddove i media occidentali non sono ancora riusciti ad arrivare.

Il 2011 è stato l’anno della rovinosa caduta di regimi e dittatori al potere da decenni e, per questo ritenuti “intoccabili”. Un nome che manca è quello di Bashar Al Assad. Pensi che il 2012 possa essere l’ultimo per la sua giunta militare?

E’ difficile fare una previsione di questa natura. Non bisogna però dimenticare che Assad è appoggiato dall’Occidente, dall’Iran, da Israele, quindi almeno teoricamente sarebbe impensabile la sua caduta. Al contempo, penso che il popolo siriano non abbia più intenzione di tornare indietro. Non si riusciranno più a zittire le madri e i loro figli.

Da mesi il popolo siriano è in marcia per protestare contro il regime. Quanto ha contato, e conta ancora adesso, il supporto della tecnologia e le piattaforme di condivisione globale?

E’ tutto. La rivoluzione siriana è tecnologia. Come già accaduto in Tunisia, in Egitto e in Libia, anche noi gestiamo in presa diretta i nostri gruppi. Carichiamo costantemente foto, immagini, video e testimonianze. In più, abbiamo escogitato una misura essenziale per poter evitare censure. Ad esempio, i gruppi vengono gestiti da più amministratori. Le password vengono cambiate costantemente per timore di eventuali arresti. Oramai, notizie, video e foto passano soprattutto attraverso internet ed è positivo che ciò avvenga. Un ponte virtuale che mette in contatto rivoluzionari libici, tunisini, egiziani e che arricchisce lo scarso flusso di notizie che quotidianamente giungono attraverso fonti di agenzie stampa internazionali.

A proposito del ruolo dei media nazionali e internazionali. Come valuti lo scarso interesse mostrato nei confronti della causa siriana? Le notizie sono spesso stringate e limitate alla sola conta delle vittime. Un trattamento del tutto differente rispetto a quello riservato alla rivoluzione egiziana, tunisina o libica. Per quale motivo, secondo te?

Il disinteressemostrato dai media è dovuto in primis al limite di non poter raccontare la verità, o meglio di non voler in alcuni casi far luce su di essa. L’ occidentale non vuole far sapere quello che accade in Siria, ma si limita a descrivere la rivoluzione siriana solo in numeri di vittime, senza far luce sul valore di quella vita spesa in nome della democrazia. Poi ci sono motivi politici, economici e geopolitici: la scarsa quantità di petrolio e la vicinanza di Israele.

L’escalation di violenza in Siria per mano di Assad non potrebbe celare una debolezza insita nel regime stesso, che usa la mano forte e la repressione sanguinosa per nascondere una fragilità di fondo?

Il regime siriano è sempre stato uno dei più duri in medio oriente. Il padre di Assad fece lo stesso negli anni ’80 contro il suo popolo. Penso che sia un regime malato e l’idea sua e di chi ruota intorno al feroce dittatore sia quella di rimanere bel saldo al suo posto finché avranno respiro. Assad non molla la presa e non la mollerà così facilmente. Usa tecniche di “furbizia” se così vogliamo chiamarle, come intervistare le persone subito prima di eliminarle, e dopo qualche mese diffondere i video attraverso le tv di Stato, credendo in tal mondo di smentire la realtà dei fatti. Un ultimo esempio di “furbizia” è stato l’attacco kamikaze ( 23 dicembre 2011, n.d.r). Durante l’attentato la tv di Stato siriana era già lì con i suoi inviati. Come facevano a sapere che ci sarebbe stata un azione terrorista? Dopo qualche minuto, le agenzie di stampa siriane attribuivano la responsabilità dell’attacco ad Al Qaeda…

La parola maggiormente utilizzata durante le rivoluzioni in Nord Africa è stata senza dubbio democrazia. Che valore ha questo concetto per un popolo continuamente represso e privato dei suoi diritti fondamentali?

Credo che la democrazia per un paese come la Siria sia poter professare il proprio credo religioso, poter esprimere la propria idea e le proprie posizioni senza essere uccisi, poter vivere dignitosamente senza possedere miliardi. Potersi permettere una cura medica senza doversi indebitare e vendere la casa. Soprattutto, poter esprimere il proprio voto. Come fai a vivere in un regime dove non si è mai potuto votare? Dove non hai mai avuto la possibilità di dire si mi piace o no, non lo approvo.

Che cosa ti auguri per il nuovo anno?

Che cessino le vittime innocenti. Mi auguro che si crei finalmente un paese democratico, dove i bambini inizino a vivere il loro presente per poi costruire il loro futuro. E non più morire nel presente per costruire un futuro, perché quello che manca in Siria è la parola vivere.

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