Perché Usa e Iran si odiano

By Redazione

gennaio 1, 2012 Esteri

A distanza di trentadue anni.la storia sembra ripetersi. L’assalto all’ambasciata britannica di martedì 29 novembre, ad opera di un gruppo di manifestanti filo-governativi proietta la memoria collettiva nel passato remoto della storia iraniana. Stesso mese e un trentennio di distanza dai fatti del 4 novembre 1979, quando 400 studenti e un centinaio di supporter islamici scavalcarono il muro di cinta dell’ambasciata USA prendendo in ostaggio 52 cittadini americani per 444 giorni. Una dinamica simili si è vissuta poco più di un mese fa, quando un gruppo di simpatizzanti del regime hanno dapprima accerchiato il perimetro del compound britannico e, al grido di “spie”, hanno lanciato per aria volantini di propaganda e recitato slogan anti-occidentali. Dando poi l’assalto alla sede diplomatica di Sua Maestà. Numerosi i danni provocati. Documenti secretati dati alle fiamme e uffici di rappresentanza devastati. Anche la bandiera britannica è stata suo malgrado divelta, bruciata e poi sostituita con il vessillo iraniano. Una scena già vista, tra mobilio devastato, quadri e suppellettili fatti a pezzi.

L’epilogo storico è certamente diverso. L’attacco sferrato all’ambasciata Usa si consumò a cavallo di una Rivoluzione. Anzi, per certi versi essa rappresentò il leitmotiv di un processo di trasformazione radicale e univoco che contribuì, suo malgrado e involontariamente, alla nascita di una Repubblica Islamica. La presa dell’ambasciata Usa fu interpretata dai più come un atto di forza della nascente supremazia religiosa guidata dall’Imam Khomeini, che di lì a poco avrebbe imposto un volto nuovo all’Iran moderno e “occidentalizzato” sotto l’influsso dei Pahlavi. Nasceva così nel 1979 il primo (nonché unico) esperimento di Repubblica Islamica nel mondo. Ideata e plasmata dall’uomo guida della Rivoluzione -Khomeini – durante il suo lungo esilio iracheno. La Repubblica Islamica nacque sotto i migliori auspici. Ad aprile un referendum popolare approvò in pieno il nuovo esperimento di governo. Il 98% della popolazione optò così per la teocrazia. Un plebiscito sancì la nascita di un nuovo assetto politico, culturale e sociale dove religione e politica si fondevano in unico corpo.

La presa dell’ambasciata Usaha rappresentato senza dubbio uno spartiacque nella storia politica iraniana, ma è del tutto lontana per dinamiche ed effetti dall’assalto trasmesso in diretta dalla TV di Stato iraniana lo scorso 29 novembre. La tentata incursione all’interno della sede diplomatica britannica non è un episodio da sottovalutare, ma non rappresenta nemmeno un preludio ad un cambiamento radicale. Non è la prima volta che dimostranti filo – governativi si scagliano contro le sedi diplomatiche occidentali.  L’ultimo episodio in ordine di tempo risale al 9 febbraio 2010. Un gruppo di basiji sotto mentite spoglie di studenti hanno tentato di assaltare l’ambasciata italiana a Teheran, a colpi di pietre e al grido di “morte all’Italia, morte a Berlusconi”. I danni materiali in questo caso sono stati piuttosto circoscritti. I dimostranti si sono limitati a scagliare qualche sasso contro il muro di cinta e a strappare la targa con la scritta “via Roma”. Certamente, l’azione punitiva ha provocato uno smacco all’immagine pubblica dell’Italia, da sempre partner commerciale della Repubblica Islamica.

La controversia diplomaticasorta tra Iran e Occidente è destinata senza dubbio a protrarsi e probabilmente a complicarsi ulteriormente. Una contesa non soltanto politica o economica, bensì soprattutto culturale che passa attraverso l’annosa questione nucleare. Che cosa si cela dietro una reazione così spropositata? I due episodi, seppur temporalmente lontani, s’intrecciano in un unico motivo scatenante: l’ingerenza straniera negli affari di casa propria. Il pomo della discorsa risulta essere ancora una volta il consueto programma nucleare. È del 9 novembre scorso la pubblicazione del rapporto sul nucleare da parte dell’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica). Nel documento, l’agenzia Onu segnala le sue “preoccupazioniriguardo le possibili dimensioni militari del programma nucleare iraniano”. Timori che al momento non hanno trovato alcun riscontro.

L’attoè stato valutato piuttosto vago e debole in alcuni suoi punti, per l’ampio impiego di aggettivi come “possibile”, “complessivamente credibile” o “probabile”, e per i suoi contenuti in quanto non fornisce una prova tangibile di un reale rischio atomico in corso. La questione nucleare iraniana ha da sempre rappresentato un incubo per l’Occidente. Il primo programma nucleare prese corpo negli anni ’50, sotto lo Shah Mohammed Reza Pahlavi. All’epoca furono numerosi gli accordi commerciali stipulati con gli Usa e gli stati Europei (Francia e Germania). Una collaborazione preziosa e proficua che offrì all’Iran tecnologie avanzate per lo sviluppo del suo programma. Tuttavia, il sostegno internazionale si esaurì gradualmente, dapprima con la crisi petrolifera del 1973, poi con l’avvento al potere di Khomeini nel 1979 e infine con lo scoppio della guerra in Iraq (1980/1988).

In questo intramezzo storicosi colloca anche la decisione dell’Iran di ratificare prima e di firmare poi (1970) il TNP, ovvero il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, esprimendo almeno sulla carta la rinuncia a dotarsi di armi o congegni esplosivi nucleari (articolo IV) e limitandosi, pertanto, al solo diritto di possedere e sfruttare il nucleare per scopi essenzialmente civili, in direzione di una crescita e di un progresso tecnologico e scientifico. Ma come sempre accade, la teoria non necessariamente coincide con la prassi. Nel marzo 2003, un rapporto dell’allora Direttore Generale dell’Aiea, Mohammed Mustafà El Baradei, denunciò l’ostruzionismo dell’Iran verso gli ispettori internazionali, inviati nel Paese con il compito di passare al vaglio infrastrutture dedite all’attività di produzione nucleare. Nello stesso anno, pochi mesi dopo, l’Iran acconsentì alla firma di un protocollo addizionale al TNP concedendo agli ispettori internazionali la possibilità di effettuare controlli. Ma è abbastanza risaputo come la Repubblica Islamica sia da sempre allergica al rispetto dei trattati internazionali.

L’ostilità del governo di Teheranverso accordi, patti e trattati internazionali ha mandato su tutte le furie Stati Uniti e Israele. Non sono bastate né le misure restrittive, né le innumerevoli sanzioni varate negli ultimi anni. Risoluzioni, sanzioni e minacce di un possibile intervento militare non hanno frenato l’ambizione nucleare iraniana. In un crescente clima di tensioni e timori, la Repubblica Islamica ha continuato a mostrare il pugno duro ribadendo la “necessità” di possedere e sfruttare energia nucleare per fini “civili” e “scientifici”. 

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